Home Restaurant sotto accusa, c'è il parere del MISE

Anche l'ultimo fenomeno della sharing economy finisce sotto la lente di ingrandimento del Ministero per lo Sviluppo Economico

Dopo Uber e CoContest, ora tocca agli Home Restaurant essere messi sotto la lente d’ingrandimento dal MISE, che li richiama a depositare la SCIA, dichiarazione di inizio attività, obbligatoria da aprile 2015 per tutte le attività di ristorazione, Home Restaurant compresi.

Tra le startup legate a questo mondo, Gnammo, piattaforma italiana di social eating che proprio ieri ha annunciato l’ingresso di Club Digitale nella società, ha fin dalla sua nascita regolamentato con policy trasparenti consultabili sul sito internet il business e le figure che lo caratterizzano, dal Cook, il cuoco, allo Gnammer, ossia l’ospite, declinando i diversi obblighi e le normative legali e fiscali per i soggetti coinvolti.

Ora però, per gli Home Restaurant, le policy esplicite non sembrano più sufficienti per continuare ad operare e qualcuno pensa sia solo un altro tentativo per ostacolare il fenomeno della sharing economy.

SCIA obbligatoria per tutti, interviene il MISE

Giugno 2015, il MISE interviene ancora sul tema della sharing economy imponendo la presentazione della SCIA (segnalazione certificata di inizio attività) anche per gli Home Restaurant.

Viene imposto, quindi, che, anche per coloro che intraprendono questo tipo di attività di ristorazione, sia obbligatorio presentare richiesta al Comune prima di iniziare l’attività.

La risoluzione del Ministero per lo Sviluppo Economico, portata alla luce in risposta ad un chiarimento sottoposto durante il mese di giugno, in realtà sembra essere una pronuncia già attiva da aprile 2015.

Per approfondire il modello legislativo e rispondere all’esigenza di chiarimento sulla gestione di un Home Restaurant ho consultato le policy presenti sul sito di Gnammo. Il social eating è regolamento come una prestazione di servizio tra privati, inquadrata come attività saltuaria di impresa.

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Le voci fuori dal coro

Non tutti condannano la sharing economy e, oltre ai consumatori che ancora una volta si vedono limitare il ventaglio delle scelte, troviamo sostenitori attivi di questa tendenza economica e di Gnammo in particolare, anche tra i professionisti del settore.

Una delle voci fuori dal coro è rappresentata dal Papa che, nella sua Enciclica Laudato Si’, sostiene il modello virtuoso della condivisione. Al secondo posto troviamo invece gli esperti del settore, chef stellati che stanno pensando di intraprendere collaborazioni con Gnammo per la realizzazione di eventi e degustazioni.

Infine il caso di Palazzo Madama, a Torino, che chiede a Gnammo una collaborazione per una mostra tutta all’insegna del social eating.

Questi interventi sottolineano come si stia sempre più ampliando il divario tra i protagonisti della sharing economy e le autorità pubbliche.

Museo come Home Restaurant, l’ultima iniziativa di Gnammo

L’ultima iniziativa che vede protagonista la startup del social eating riguarda una collaborazione con Palazzo Madama di Torino. L’idea nasce proprio dal Museo per il lancio della mostra Time Table (24 giugno-18 ottobre 2015) con la volontà di installare una mostra unica nel suo genere, rendendo l’iniziativa il più social e coinvolgente possibile.

Con questo obiettivo, il museo viene trasformato a tutti gli effetti in un Home Restaurant in cui la collaborazione con Gnammo permette ai visitatori di sperimentare l’evoluzione dei sapori dal Medioevo al Novecento accompagnata al social eating, senza sottovalutare, però, l’aspetto culturale.

Forse una soluzione c’è per evitare che la sharing economy sia continuamente posta sotto accusa: porre regole che la rendano un po’ più gestibile da parte delle istituzioni, portando ad un riavvicinamento tra queste ed i protagonisti dell’economia della condivisione.