Startup: per cominciare serve l'aiuto di mamma e papà? [INTERVISTA]

"Fare impresa oggi senza il portafoglio dei genitori, nonostante l'Italia e nonostante le banche? possibile, con gli adeguati strumenti finanziari. Ma non è un'avventura per tutti." L'analisi di Benedetta Gueresi

 

Le startup sono un’impresa, e si sa, lanciarsi in un’avventura imprenditoriale in Italia non propriamente è un gioco da ragazzi.

Eppure i media nazionali alternano il catastrofismo alle storie di epici successi di startup innovative. Ma come è possibile che un giovane riesca a costruire un’azienda nel Belpaese con una burocrazia soffocante, il Made in Italy mortificato (vedi battaglia a Bruxelles sull’etichettatura obbligatoria) e una tassazione così esosa?

Un recente editoriale di Dario D’Elia, direttore di “Tom’s Hardware”, cita un’indagine dell’Università di Bologna e ASTER (il consorzio della Regione Emilia Romagna per l’innovazione e la ricerca industriale) svelando l’arcano: 9 startup italiane su 10 sono finanziate dai soldi di mamma e papà. Tra le voci autorevoli a sostegno dello studio di D’Elia arriva anche quella del presidente nazionale di Confartigianato Giorgio Merletti, che denuncia la situazione in un recente tweet.

Abbiamo parlato di questo tema (e di molto altro) con Benedetta Gueresi, 40enne mantovana fondatrice di “Gueresi Financing” (con sede a Firenze e Mantova), consulente in progettazione finanziaria e in investimenti d’impresa per attività di sviluppo e internazionalizzazione, progettista in ambito di fondi europeo e mediatore creditizio. Benedetta ha svolto anche numerose attività didattiche per conto di Ecipar Rimini, Federazione Banche Credito Cooperativo di Milano, Assindustria Siena, Nuovo Cescot Bologna, Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” etc.

Ciao Benedetta, partiamo forte: cosa ne pensi di questa indagine che ci dice che 9 startup su 10 cominciano solo grazie ai soldi di mamma e papà?

Diciamo che la mia esperienza parla di una realtà molto particolare (finanza agevolata) che in buona parte suffraga quanto sostenuto dall’indagine da te citata. Innanzitutto capiamoci subito su una cosa: quando cerchiamo liquidità per fare impresa la banca non è il soggetto tutor che ci instraderà, tenterà anzi di dissuaderci. Anche se nel 70% dei casi dalla banca non si potrà prescindere, indirettamente o come appoggio, tuttavia si dovranno/potranno utilizzare tutta una serie di misure finanziarie – purtroppo non conosciute o conosciute male – che, se ben gestite e miscelate tra loro, aiuteranno notevolmente a bypassare il problema del mancato appoggio bancarioalleggerendo così anche l’apporto di “mamma e papà”. Dal mio punto di vista, i fattori frenanti per l’accesso al credito delle startup, sono principalmente 3:

1) Mancata Progettazione Finanziaria: gap derivante da scarsa professionalità di consulenti-coaches, soprattutto pubblici; dalla complessità nel “reperire”, “capire”, e “sfruttare” informazioni utili per accedere a tutta una serie di misure agevolative di fundraising; dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, che stronca sul nascere sia la ricerca che lo sfruttamento dei fondi.

2) Business Idea deficitaria: se è vero che il sistema finanziario poco appoggia le nuove aziende è anche vero che prima di lamentarsi del mancato appoggio di un soggetto finanziatore (sia esso banca, stato, UE, o venture capitalist) bisognerebbe farsi delle domande serie circa la bontà del proprio progetto, prima tra tutte: “Se fossi una terza persona e leggessi il mio progetto, mi colpirebbe e ci crederei?”

3) Sistema bancario distorto: L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo (ci batte anche il Belize!) in cui le banche finanziano solo il certo e non hanno interesse a scuotere il sistema finanziando un progetto sulla base di una business idea supportata da un business plan potenzialmente vincente. Per le banche italiane viene prima il profitto garantito e poi, eventualmente, il rischio calcolato. Ecco perché il trend di oggi ci indica che le aziende finanziate, nonostante grandi proclami dei politici di turno, sono solo le PMI già stabili sul mercato (quindi mature), prevalentemente operanti in settori tradizionali e con cash flow convincente per le banche.

A che punto è il mito dei giovani che dal nulla fanno impresa (e magari anche i soldi)?

Credo poco ai miracoli finanziari. La categoria “giovani imprenditori” in realtà maschera una generazione di 30-45 enni che tenta di uscire dall’empasse di una vita fatta di precarietà ed insoddisfazione (magari dopo anni di studio ed esperienze lavorative non qualificanti) cercando un’identità lavorativa nuova e gratificante. Difficilmente ho incontrato sul mio percorso lavorativo nuove imprese giovani costituite da titolari al di sotto dei 30 anni che d’emblée partissero con idee chiare, capacità gestionale e know how all’altezza del mercato.

Secondo aspetto: difficilmente o raramente si diventa “ricchi” se si parte dal nulla, a meno che non si sviluppino progetti altamente innovativi, fuoriusciti, per esempio, da spin-off universitari (casi rari); o incubatori d’impresa pubblico-privati; oppure a meno che non si sviluppino rami aziendali direttamente collegati ad aziende famigliari, preesistenti da tempo, e da cui “succhiare” linfa finanziaria e fette di mercato che garantiscono crescite al di sopra della media. Il mito “giovane”, “sconosciuto”, “talentuoso e velocemente ricco” poco si sposa con la realtà.

Donne e startup: da donna, cosa ne pensi del proliferare di bandi e finanziamenti in rosa?

Come sai non credo nella ghettizzazione delle donne e sono per la meritocrazia a tutti i livelli e per tutti: se vali devi avere una possibilità, a prescindere che tu sia donna o uomo. Non avrei mai approvato le quote rose, figuriamoci i bandi in rosa. E poi, parliamoci chiaro: che cosa significa “imprenditoria femminile”? Cosa denota rispetto ad “un’imprenditoria maschile”? Dopo tanti anni non l’ho ancora capito. A mio parere con il pullulare dei bandi in rosa si è creata una distorsione di mercato tale per cui da un lato tali bandi si sono rivelati – anche a causa della loro stessa strutturazione tecnica (parametri, punteggi valutativi ecc) – fautori di centri estetici, saloni di bellezza, aziende di pulizie, negozi d’abbigliamento, bar (quindi più un incentivo alla tradizione che non un incentivo verso l’innalzamento del livello imprenditoriale femminile) e dall’altro sono divenuti spesso un mezzo “maschile” per la realizzazione di nuove attività imprenditoriali. Mi è capitato direttamente di vedere aziende nelle cui compagini societarie figurano, come titolari aziendali (spesso senza averne competenza) mogli, madri, cugine amiche, nonne ma poi effettivamente chi opera è “il maschio” di famiglia.

Startup innovative, web e comunicazione: sarebbero quasi il 30% del totale. Secondo la tua esperienza, qual è l’identikit di chi le crea.

Per lo più sono costituite da ragazzi tra i 30 e i 35 anni massimo, al 50% laureati in materie scientifiche (ingegneria, informatica e marketing), e al 50% diplomati presso istituti tecnici, provenienti da precedenti esperienze lavorative (spesso poco edificanti) ma nei settore d’interesse. Tutti loro difficilmente alle prime armi o freschi di studi. Purtroppo sono poco inclini alla brevettazione e alla tutela intellettuale del proprio lavoro (marchi registrati), probabilmente anche per la difficoltà del processo stesso di brevettazione.

Puoi farci un esempio del ciclo di vita di aziende “giovani” per cui hai lavorato su bandi e finanziamenti. Come nascono, come crescono e come (e se) finiscono.

Tra le aziende seguite e che seguo tutt’ora esempio che mi piace citare è “Tecom Energie Srl“, micro-impresa localizzata a Mantova, costituita nel 2010 da Lorenzo Sacchi, architetto oggi 31enne, specializzato nella ristrutturazione di edifici storici con la passione per l’efficienza energetica. Tecom nasce come successione naturale alla precedente azienda di famiglia (operante collegato ma differente) ed inizia ad operare nell’ambito dell’efficienza energetica. La prima fase di startup (primo anno) è stata autofinanziata; io sono entrata in azienda nel luglio 2011 quando era necessario reperire risorse per sviluppare nuovi prodotti e servizi, assumere personale, potenziare la struttura aziendale in termini di tutela proprietà industriale. Alla fine del 2011 abbiamo richiesto ed ottenuto un finanziamento a valere su fondo Firm Fesr – Regione Lombardia, per la prototipazione di un nuovo sistema di pilotaggio luci led. Nel Maggio 2012 abbiamo richiesto ed ottenuto un voucher a fondo perduto per assunzione a tempo indeterminato di un giovane tecnico e, nel medesimo anno, abbiamo richiesto ed ottenuto un finanziamento nazionale a fondo perduto per il deposito del marchio europeo. Oggi, al 4° anno di operatività, l’azienda funziona bene, investe, ha assunto altro personale e prevedo lunga vita, soprattutto per il coraggio che ha di investire. La moria di startup spesso avviene al secondo/terzo anno quando viene meno la capacità gestionale: spesso non si ha il polso del mercato, non se ne capisce l’andamento e si ha scarsa flessibilità rispetto alle sue richieste.

Startup in Italia: la nuova impresa è destinata a rimanere un argomento da convegno?

Per mia natura sono sempre molto realista e oggettiva, ma non distruttiva. Credo nelle nuove aziende, ma non credo nell’approssimazione e soprattutto non credo che tutti possano fare impresa. Sarà possibile incentivare la nascita fluida di nuove imprese, sfruttando appieno anche la potenzialità di finanziamenti pubblici e soggetti finanziatori terzi, solo quando ci saranno delle precise condizioni: da un lato quando il Sistema-Italia sarà sburocratizzato e reso finalmente snello, libero dalle influenze forti di lobbies finanziarie e produttive, che troppo spesso incidono anche sulla programmazione finanziaria delle risorse pubbliche e, dall’altro lato, quando chi vuole fare impresa sarà effettivamente pronto e preparato per assumersi tale responsabilità. Qui entra in gioco la scuola, a tutti i livelli: insegnare ai giovani italiani la responsabilità, dovrà essere la principale sfida formativa del futuro.