CoContest, non chiamateli Uber [INTERVISTA]

"In Italia la disoccupazione giovanile tra i laureati in architettura è superiore al 35%, e questo dato non tiene conto di tutti i giovani architetti occupati come tirocinanti dagli studi a gratis o per rimborsi spese di qualche centinaio di euro al mese" - Alessandro Rossi

CoContest_Uber

12 maggio 2015, si apre un’interrogazione parlamentare da parte di alcuni architetti seduti in Parlamento, si chiede al Mise di verificare la liceità di CoContest considerata una piattaforma lesiva nei confronti dell’attività professionale degli interior designer.

CoContest nasce nel 2012 come la prima piattaforma di crowdsourcing online nel settore interior design con l’obiettivo di rendere più accessibile questo mercato, offrendo un servizio di nicchia ad un target più ampio e creare nuove opportunità per i giovani architetti.
Ad oggi la startup romana conta 25.000 iscritti in 90 Paesi e la presenza in 3 dei più importanti startup accelerators mondiali: Italia, Cile e Usa.

Per fare chiarezza sul modello di business di CoContes e sciogliere le polemiche che la circondano, abbiamo intervistato uno dei co-founder della startup innovativa,  Alessandro Rossi.

LEGGI ANCHE: CoContest: progetta la casa dei tuoi sogni

Partiamo dall’inizio, com’è nata CoContest e dove siete oggi?

Cocontest_Uber

CoContest è nata nel 2012 dall’idea del mio socio Filippo Schiano di Pepe, architetto con anni di esperienza sia in Italia che a Londra, che proprio a seguito della sua esperienza ha individuato i problemi che caratterizzano il mercato della progettazione e dell’interior design, ed, in particolare, le difficoltà che la stragrande maggioranza dei giovani architetti trovano nell’inserirsi nel mercato del lavoro.

In Italia la disoccupazione giovanile tra i laureati in architettura è superiore al 35%, e questo dato non tiene conto di tutti i giovani architetti occupati come tirocinanti dagli studi a gratis o per rimborsi spese di qualche centinaio di euro al mese.

L’idea di CoContest è quella di permettere ai giovani, e anche ai meno giovani, designer di tutto il mondo di competere in concorsi online, per fare pratica, confrontarsi con i colleghi in un’ottica internazionale e soprattutto trovare nuovi clienti, guadagnando sia per la fase progettuale sia per la successiva fase di esecuzione, creandosi così un proprio portfolio clienti.

Siamo online dal 2013 e sino ad oggi sono stati lanciati oltre 350 contest da clienti di tutto mondo. La nostra community di designer conta oltre 25.000 iscritti da 90 diversi paesi. CoContest è stata selezionata ed accelerata da Startup Chile, il programma del governo cileno, da Luiss EnLabs, il famoso acceleratore romano e attualmente stiamo partecipando al programma di accelerazione di 500 Startup a Mountain View, uno dei programmi più prestigiosi del mondo.

Ci potresti illustrare le caratteristiche salienti di CoContest?

CoContest_Uber

CoContest è un sito dove i clienti possono lanciare dei concorsi di progettazioni d’interni, per ottenere ad esempio decine di progetti su come rinnovare il proprio salone, la propria casa, l’ufficio e così via.

Il cliente deve compilare un breve brief descrivendo le proprie esigenze, caricando una planimetria e delle foto dello spazio che intende rinnovare e settando una durata del concorso. Dopo di che deve scegliere uno dei nostri 3 pacchetti d’offerta, pagare e il contest va online. Noi inviamo una mail a tutti i nostri designer e chi è interessato inizia a parteciapare.

Durante lo svolgimento della gara clienti e designer possono farsi domande a vicenda, tramite l’apposito form presente nella pagina di dettaglio di ogni contest. Alla fine del contest il cliente visualizza tutti i progetti ottenuti, li valuta, li vota, redige e conferma la classifica così generata stabilendo un vincitore. Vincono i primi 3 classificati.

Infine, il cliente, riceve i recapiti del vincitore che può contattare per la realizzazione dei lavori, l’espletamento delle pratiche burocratiche e qualsiasi modifica risulti necessaria al progetto a seguito del sopralluogo.

Si parla di pubblicità denigratoria, ci puoi spiegare?

A dicembre scorso abbiamo realizzato un breve spot da 30 secondi, che è andato online per 3 settimane su Sky; sostanzialmente si tratta di un cartone che racconta la storia di una ragazza che va da un architetto, spende una bella cifra, ma non è soddisfatta dei risultati ottenuti (che è la storia di buona parte dei nostri clienti), così un giorno, navigando su internet, scopre CoContest e ottiene tante idee interessanti da designer di tutto il mondo.

I nostri “detrattori” sostengono che lo spot sia ingannevole e denigratorio per la professione, questo apparentemente perché l’architetto è anziano e si dice che la ragazza non è soddisfatta del servizio ricevuto.

Non posso farti altri commenti perché sinceramente mi sembra incomprensibile supporre che un cartone di 30 secondi sia denigratorio perché rappresenta l’architetto come una persona molto anziana quando l’obiettivo era marcare la distanza tra il servizio tradizionale che è oggettivamente vecchio e l’innovazione di CoContest.

Perché è sbagliato paragonarvi ad Uber?

Per quanto riguarda l’associazione tra CoContest e Uber, direi che da un lato è un paragone più che corretto anche se ovviamente i due modelli di business sono molto diversi.

Infatti, come sta accadendo per Uber, anche CoContest sta subendo un attacco poiché potrebbe toccare  gli interessi di una categoria forte, quella degli architetti. Come Uber, infatti, il nostro obiettivo e quello di rendere più accessibile a tutti e più meritocratico, permettendo una selezione dei professionisti basata sulla qualità e sulla corrispondenza dei propri lavori ai gusti e alle esigenze del consumatore, il mercato dell’interior design.

Se mi posso permettere, però, vorrei sottolineare che mentre quella dei tassisti è una categoria uniforme quella degli architetti è una categoria caratterizzata da forti differenze di reddito e possibilità di accesso ai clienti, e, ovviamente, gli interessi che CoContest potrebbe ledere in futuro sono quelli dei grandi studi, che, ad esempio, potrebbero avere meno facilità a reperire giovani architetti da far lavorare gratis o per esigui rimborsi spese.

Detto ciò, i due modelli sono ovviamente diversi, Uber va a colpire un’intera categoria dando la possibilità ai privati di sostituirsi a professionisti con licenza, mentre con CoContest sono gli stessi professionisti a offrire il loro lavoro trovando nuovi contatti e nuove opportunità di lavoro, CoContest si rivolge a chi l’interior designer lo fa di professione, andando a colpire una domanda scomparsa a causa della struttura di mercato attuale non customer friendly.

CoContest si rivolge a chi l’interior designer lo fa di professione, andando a colpire una domanda scomparsa a causa della struttura di mercato attuale non customer friendly.