UN Women lancia una campagna per il Mother's Day nel mondo arabo

L'amore è sempre amore per il nome. Parola di Jacques Lacan.

UN Women Mother's day

In gran parte del mondo arabo è un vero e proprio tabù pronunciare in pubblico il nome della propria madre, indicata con perifrasi del tipo “la madre del suo primogenito”. Proprio per opporsi a tale costume, in occasione del Mother’s Day l’UN Women – l’agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere e i diritti delle donne – in collaborazione con la compagnia pubblicitaria Impact BBDO Dubai ha lanciato la campagna “Give mom back her name”. 

UN Women Mother's Day

Il Mother’s Day in Egitto e in alcune nazioni del Medio Oriente si festeggia il 21 marzo, data dal forte contenuto simbolico: sta ad indicare una rinascita, un risveglio, un nuovo inizio. È la primavera (che è donna: ricordate Botticelli?), è la terra che si ricopre di fiori: è la vita che rivendica tutta la sua potenza. Apparentemente, uno splendido omaggio. Eppure, proprio in quegli stessi paesi, la figura della madre spesso non gode del rispetto e della considerazione che dovrebbero esserle dovute. Il che suona parecchio contraddittorio.

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Sfatare un vecchio tabù

La nobile iniziativa di UN Women è stata promossa con un video su YouTube e, su Twitter, proponendo agli utenti di usare come foto profilo il nome della loro madre e di scriverlo in un tweet con l’hashtag #MyMothersNameIs.

Può essere una forma di riservatezza questa di nascondere il nome proprio della propria madre, e certo è un fatto culturale. Tuttavia, una società che tenda ad includere invece che ad escludere e un mondo più equo e coeso non possono prescindere da un cambiamento di mentalità. La politica può fare il suo ma, come cantava Battiato negli anni ‘80, “l’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”. Qui sta il nodo.

Rania di Giordania per UN Women Mother's day

Una regina d’eccezione

Su questo scenario conservatore si staglia la personalità elegante e affascinante di Rania di Giordania. Nei giorni scorsi la regina ha invitato a pranzo alcune anziane ospiti di una casa di riposo di Amman, esaudendo il loro desiderio di uscire per una giornata e onorandole con un banchetto e con la sua presenza.

Prima che madri, tali donne sono persone: di qui la bellezza e l’importanza di quel gesto, tanto più perché in controtendenza con quanto detto finora su altre realtà limitrofe. La regina ha poi postato sul suo profilo Instagram una foto che la ritrae con sua madre, con la seguente didascalia: “A mother can take the place of anyone, but no one can take her place”.

Nel nome della madre

Il ruolo fondamentale, insostituibile, della donna e della madre risale alla notte dei tempi: già in età preistorica, con le statuette note come “Veneri paleolitiche”, si rendeva grazie all’eterno femminino, fonte di felicità e di fertilità (tutt’e tre le parole presentano la medesima radice).

Del resto, non era forse “mamma” la prima parola che pronunciammo infanti? Non era forse il suo il grembo che ci custodì prima di vedere la luce? Perché mai dovremmo vergognarci di chiamarla col suo nome proprio? Soprattutto se, come assicurava Lacan, “l’amore è sempre amore per il nome”: per quel nome, caratterizzante quella precisa persona, con quelle determinate peculiarità. Senza nome saremmo numeri, in un universo privo di colori, indistinto.

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