Google Contributor: il barbiere di qualità della pubblicità digitale

Nuove frontiere per il business online: la proposta di Google per monetizzare i contenuti, alternativa ai banner pubblicitari

Marco Fongaro

Web Marketing Assistant

I preferiti

Google Contributor è un servizio in fase di test che vi permetterà di sostenere direttamente i siti web che più apprezzate. Come funziona?

Aprite mentalmente la cartella dei preferiti e cliccate su un sito che vi piace. Lo conoscete bene, quindi sapete già che in un certo punto si aprirà un ingombrante banner pubblicitario (oppure no, se avete Adblock Plus).

Nonostante la sensazione di fastidio, siete abbastanza razionali da comprendere che questo sito che vi piace tanto fornisce i suoi contenuti senza chiedere nulla in cambio, per cui giustificate il disagio come un piccolo contraltare per tutto quello che vi offre (e magari disattivate perfino Adblock Plus solo per lui).

In futuro qualcosa cambierà. Forse.

La proposta

Google Contributor è “un esperimento per trovare altri modi per finanziare il web”, al momento in beta: attualmente vi partecipano una decina di siti e un numero limitato di utenti, su invito.

La proposta è quella di fissare un contributo mensile da uno e a tre euro totali, che verrà suddiviso tra tutti i siti che che visiterete e che parteciperanno all’iniziativa.
In cambio, al posto degli avvisi pubblicitari, troverete un ben più rilassante pixel pattern, oppure un messaggio di ringraziamento.

Avete presente le campagne di foundraising di Wikipedia? Ecco, il messaggio è simile, ossia: “Ti piace quello che facciamo? Aiutaci dandoci un contributo e noi non ti facciamo trovare nemmeno la pubblicità.

Big G propone dunque un’alternativa al suo sistema AdSense, puntando non più sulla quantità della pubblicità, ma sulla qualità delle relazioni.

 

 

Il segnale

Il fine non è sicuramente bandire la pubblicità da internet, e probabilmente nemmeno dichiarare guerra ai programmi gratuiti che bloccano la pubblicità. È più credibile prefigurare che lo scopo sia quello di monetizzare la fetta di pubblico assuefatta alla pubblicità, come sostiene Giorgio Taverniti.

Ma quello che pare rilevante è il messaggio tra le righe, il segnale (non troppo) debole, quegli “altri modi” citati poco sopra.
Non importa se Google Contributor verrà implementato o finirà nel dimenticatoio come tanti suoi predecessori; quello che conta è l’approccio: da impositivo e superfluo, a ponderato e desiderato.

Mountain View ribadisce un messaggio già passato negli ultimi anni con l’introduzione degli algoritmi Panda e Penguin: puntare sulla qualità. Questa volta, però, la comunicazione è diretta anche agli utenti, chiamati ad agire, a scegliere di sostenere i loro luoghi virtuali preferiti.

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La sfida

Certo, malignando sull’iniziativa si potrebbe pensare che Big G voglia coprirsi le spalle in vista di future lamentele: se Google Contributor fallirà, potrebbe essere la dimostrazione che i banner pubblicitari non sono poi un gran problema, visto che gli utenti non hanno approfittato dell’occasione per sbarazzarsene.

Forse è così, o forse la sfida per Google è quella di creare la mentalità, l’abitudine alla donazione consapevole per ripagare contenuti di qualità. Una simile routine esula dalla nostra quotidianità, altrimenti le campagne di Wikipedia durerebbero appena qualche ora.

Se avete un blog, una pagina aziendale sui social o un sito, fermatevi un attimo e pensate: su cosa si basa il mio piano editoriale? Comunico valore ai miei utenti? Quanti supporterebbero attivamente il mio spazio nel web?

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