Le startup italiane cercano candidati competenti, ma non li trovano

Da uno studio condotto dall?? Osservatorio Startupper's Voice emerge che le startup italiane faticano a trovare forza lavoro con competenze idonee allo sviluppo dell??attività imprenditoriale

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Ad una domanda di lavoro specialistica non c’è un’adeguata risposta. I dati pubblicati dall’ Osservatorio Startupper’s Voice, punto di raccolta delle opinioni degli imprenditori nostrani, riguardano le opinioni di un campione di circa 200 startup italiane e la fotografia che ne è emersa è chiarificatrice delle problematiche che riguarda il mondo delle startup oggi. Ecco quali sono le principali.

C’è carenza di figure professionali specifiche tra i candidati italiani

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L’offerta fa emergere il dato della carenza di know how specialistico, ritenuto insoddisfacente ai profili richiesti e questo problema sembrerebbe frenare lo sviluppo imprenditoriale. D’altro canto questi dati dimostrano che figure veramente qualificate non faticano a trovare collocazione nel mondo del lavoro.

Secondo l’indagine, le figure professionali più ricercate, ma così difficili da trovare, sono: programmatori senior, social media marker ed esperti in amministrazione e finanza. In particolare le difficoltà maggiori sono ravvisabili proprio nel reperimento di amministratori e programmatori.

Le percentuali confermano che il 40% delle 200 startup intervistate ricerca personale da assumere ma con scarsi risultati. Il 38% prevede di assumere nuovi dipendenti nei prossimi sei mesi ma il mercato, come accennato sopra, non risponde come ci si aspetterebbe: solo il 15% dichiara, infatti, di aver individuato le competenze che cercava. Quanto al restante 65% questo sostiene, al contrario, di essere poco soddisfatto di chi si è proposto, mentre l’11% non ha trovato affatto le figure ricercate.

La ricerca di personale qualificato favorisce l’emigrazione delle startup italiane all’estero

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È bene sottolineare che il rischio di questa carenza professionale sta nel fatto che, più della metà delle startup coinvolte dall’indagine, si dice pronta a trasferirsi all’estero se non troverà personale qualificato e Londra, San Francisco, Berlino e New York sono le mete più gettonate.
Luigi Capello, AD di LVenture Group, afferma che gli imprenditori che desiderano investire nelle nuove idee ci sono eccome ma “perché questa spinta porti a risultati concreti serve un contesto che fornisca il proprio contributo: risorse qualificate, capitali privati e supporto pubblico”. Ciò che condiziona di più, infatti, è la burocrazia, per il 63% degli intervistati, i pochi investimenti privati, ha risposto il 27%, e lo sviluppo dell’Agenda Digitale, conta molto per il 16%.

Occorre valorizzare il capitale umano italiano

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Che il futuro del mercato del lavoro passi dalla valorizzazione del capitale umano è un concetto oggi sempre più condiviso da molti, e appare chiaro soprattutto al Forum economico mondiale (WEF), che si tiene ogni anno in Svizzera, e che quest’anno ha commissionato una “mappa” della competitività mondiale. Che riportiamo trattandosi di una ricerca molto interessante.

Un report di oltre 500 pagine, realizzato da Mercer, colosso della consulenza per le risorse umane, nel quale viene misurato il capitale umano di 122 paesi sia in termini di quante persone di valore si hanno, che in termini di capacità di formare talenti, che di capacità di attraction e retention di questi ultimi. La metodologia seguita da Mercer ha preso in considerazione indicatori pubblici, come l’Unesco, Banca Mondiale, l’Organizzazione mondiale del lavoro, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e lo stesso Forum Economico Internazionale.

Risorse umane e lavoro: l’Italia risulta piena di contraddizioni

Nella top ten delle nazioni che risultano valorizzare di più il capitale umano spiccano otto città europee, medaglia d’oro di questa classifica è la Svizzera.

L’Italia si classifica 37°, una media però, che è stata abbondantemente sollevata grazie alla nostra 19° posizione nell’ambito della salute, cioè grazie ad un’aspettativa di vita e ad un accesso all’acqua potabile fra i migliori al mondo.
Per quanto riguarda la qualità delle scuole, invece, capitoliamo al 40° posto, come infrastrutture a sostegno del lavoro al 39°, rocambolesca è la caduta al 75°posto in tema di lavoro, per quanto riguarda i dati sulla forza lavoro di ogni paese, la propensione all’innovazione, la letteratura scientifica e i brevetti.

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Quella dell’Italia appare, quindi, una condizione piena di contraddizioni, un caso tutto all’italiana quello che si evince dalla classifica del WEF.

Infatti, proseguendo nella lettura degli indici, pur la buona posizione in materia di salute, come già detto, siamo il paese con il tasso di stress tra i lavoratori più alto, 108° posizione. Sul fronte scuola, le primarie e le business school funzionano meglio, posizione numero 30, rispetto alla formazione secondaria e universitaria che ci fa piazzare all’84° posto. E ancora, siamo fra i primi 10 paesi per alcuni indicatori come connessione telefonica e cellulari, 8° posto, ma fra gli ultimi, 101°, per mobilità sociale.

Dunque, alla luce dei dati emersi dalla ricerca, Marco Morelli AD di Mercer Italia, sostiene l’importanza di rivedere la gestione delle risorse umane in tre mosse: entrare nella logica del futuro portando in azienda le competenze necessarie per oggi e per domani; attirare e trattenere talenti lavorando sul grado di attrattività dell’azienda e infine rilanciare gli indicatori di competitività interni alle aziende, cioè motivare i lavoratori a fare sempre meglio.

In occasione della presentazione ufficiale del rapporto Mercer/Forum Economico Mondiale, che si è svolto a Milano, Michael Spence, premio nobel per l’economia, è intervenuto portando la sua preziosa opinione sulla delicata questione del lavoro in Europa. È ottimista, l’esperto, sulla crescita dei paesi dell’Europa meridionale soprattutto in quelli che hanno già avviato le riforme del lavoro necessarie a liberalizzare il mercato, come Spagna, Grecia e Portogallo. Spence ha proseguito dicendo che i paesi in cui la ripresa non si avverte sono Francia e Italia proprio perché non hanno ancora fatto le riforme del lavoro necessarie.

Ne è convinto Michael Spence, senza riforme nessun paese può uscire dalla crisi del mercato del lavoro, perché “la vecchia economia sta morendo in tutto il mondo”.