Ricerca Censis: in Italia 10 dinastie come 500.000 famiglie operaie

Nuovi meccanismi lavorativi e nuove masse di disoccupati sembrano avere in comune un'inadeguatezza decisionale a livello europeo

L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, guardagna 435 volte un suo operaio.

Che il sistema in cui viviamo e lavoriamo non sia perfetto sembra chiaro a tutti, ma i dati che vengono fuori dai vari istituti di statistica ed indagine sociale ci suggeriscono che la diseguaglianza continua ad aumentare e che le politiche messe in campo sono insufficienti ad attenuare le distorsioni insite nel sistema stesso. “I soldi vanno dove stanno gli altri soldi” recita un detto, è vero, ma compito dei governi è quello di assicurare un reddito a tutti, in modo da prospettare ad ognuno una vita dignitosa e, stando ai nuovi indicatori economici, magari anche felice.

La Ricerca Censis sulle 10 dinastie italiane più ricche

L’ultima ricerca venuta fuori dal Centro Studi in Investimenti Sociali rivela che le dieci dinastie italiane più ricche, guadagnano come 500.000 famiglie operaie. Nello specifico possiedono una ricchezza di 169 miliardi di euro, senza contare il valore degli immobili.

Per fare qualche nome, i vari Benetton, Del Vecchio, Ferrero, Berlusconi, Prada, ovvero lo 0,003% della popolazione italiana, possiedono una ricchezza pari a quella del 4,5% della popolazione totale. La forbice sociale continua ad allargarsi e “a una corsa verso il ceto medio tipica degli anni ottanta e novanta si è sostituita oggi una fuga in direzioni opposte, con tanti che vanno giù e solo pochi che riescono a salire.”

Valletta e i top manager

Oggi, in piena crisi, il patrimonio di un dirigente è pari a cinque o sei volte quello di un operaio, solo tre volte venti anni fa. Se dai patrimoni passiamo ai redditi lo squilibrio è di molto più evidente. Marchionne oggi guadagna quattrocentotrentacinque volte un suo operaio. Vittorio Valletta, A.d. Fiat negli anni del boom, guadagnava appena venti volte un suo operaio.

È vero che le aziende di oggi sono multinazionali da miliardi di euro di fatturato, ma gli emolumenti dei top manager fanno davvero impallidire.

Politiche di welfare state carenti

Distorsioni e squilibri che dovrebbero essere in qualche modo calmierati con politiche mirate ad una maggiore equità sociale, volte a contenere il disagio sociale. È vero, siamo in un sistema basato sul capitale, chi lo possiede può moltiplicarlo. Ciò non vuol dire che nella patria del welfare state, L’Europa, non si possano re istituire sistemi di redistribuzione del reddito tanto care alle politiche sociali del secondo dopoguerra.

Si tassa il lavoro e non le macchine

La robotizzazione della produzione ha tolto valore al lavoro umano

Negli ultimi anni quello che è aumentato è il carico fiscale sul lavoro. Viene tassato il salario e non gli investimenti in macchine. Questo porta non solo a ridurre il reddito pro-capite dei lavoratori, ma porta gli imprenditori ad investire sulle macchine e non sul lavoro. Soprattutto in periodi di crisi, i lavoratori vengono sostituiti dalle macchine che come noto, non fanno scioperi, non vanno in malattia, non vogliono la tredicesima e sono instancabili. È la meccanizzazione, belli! Quindi le distanze tra manager e operai saranno, nel sistema attuale, sempre maggiori. Probabilmente gli stipendi in Italia si allineeranno più ai paesi di nuova entrata nella UE che verso la Germania o la Francia.

Europa ed equità sociale

Le macchine dovrebbero liberare l’uomo dal lavoro e non creare problemi di disoccupazione. Lavorare nelle fabbriche non è un dovere. All’uomo non serve il lavoro, ma il reddito che da esso deriva.
È ora che l’Europa cominci ad affrontare seriamente il problema della redistribuzione dei redditi e della meccanizzazione che continua a erodere inesorabilmente gli stipendi e che crea, ad ogni nuova crisi, nuove masse di disoccupati

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