Oltre il Super Bowl: la protesta dei Nativi Americani è virale [VIDEO]

Quando il re-naming di un brand diventa un problema culturale e sociale.

Oltre il Super Bowl: la protesta dei Nativi Americani è virale

Il Super Bowl è appena passato: grazie all’evento sportivo (e mediatico) più seguito dell’anno e non solo negli States, il football americano è stato sulla bocca di tutti nelle scorse settimane. Media e account social di mezzo mondo puntavano gli occhi sul MetLife Stadium, e c’è chi ha saputo sfruttare questa trepidante attenzione per incanalarne un po’ su un tema che da anni cammina parallelo al mondo dell’NFL: la controversia riguardante il nome dei Washington Redskins.

Da anni, numerose associazioni di Indiani Americani portano avanti contro la squadra una precisa protesta, che ha coinvolto anche il governo e di recente lo stesso presidente Obama, riguardante il nome e il logo del team dell’NFL: redskins, questa è l’osservazione dei contestatori, è un appellativo discriminante nei confronti dei tanti gruppi di nativi americani sparsi negli USA, che ne chiedono appunto la trasformazione.

Tralasciando la questione nei suoi particolari (vi rimandiamo alla pagina dedicata su Wikipedia, in inglese), vogliamo concentrarci sulla strategia comunicativa adottata dall’NCAI, a capo della protesta dei Nativi Americani, per portare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla campagna #ChangeTheMascot, sfruttando il buzz che si stava generando, nelle settimane scorse, attorno al BigGame.

Oltre il Super Bowl: la protesta dei Nativi Americani è virale

Oltre il Super Bowl: la protesta dei Nativi Americani è virale

Oltre il Super Bowl: la protesta dei Nativi Americani è virale

Oltre il Super Bowl: la protesta dei Nativi Americani è virale

Proud To Be“, questo il nome del video realizzato in occasione del Super Bowl, e presentato appunto come “il commercial del #BigGame che l’NFL non manderà mai in onda”. Lo stesso giorno è stato pubblicato anche il tanto chiaccherato spot di Sodastream che, escluso dalla trasmissione durante l’evento, ha di fatto dato un piccolo aiuto anche al video della NCAI, creando un piccolo filone degli “esclusi”.

Nei termini del marketing, diremmo che ciò che viene chiesto ai Redskins sia una forte operazione di rebranding: un processo non facile per qualsiasi brand, figuriamoci se di natura esogena, come in questo caso. A complicare il quadro, la natura del brand: un team di uno degli sport più amati negli States, un marchio sinonimo di fede, tifo, passione cieca nella propria squadra. Una brand equity difficile da attaccare, ben salda nella percezione dei fan.

E, a giudicare dal video, i creativi di “Proud To Be” non hanno sottovalutato questo aspetto: utilizzando un copy magnetico, dal ritmo coinvolgente e persistente, e immagini empatiche, unite a toni mai esagerati, il video parla dei Nativi Americani senza sferzare attacchi diretti. Addirittura l’ultima immagine, un close up sul casco dei Redskins, è muta, e sostituisce con le immagini le parole che lo speaker non vuole pronunciare.

Se stessimo parlando di aziende in senso stretto, diremmo che quella dei Nativi Americani ha confezionato lo spot perfetto, in cui parla di sè apertamente senza attaccare i competitor, arrivando al cuore della questione e di chi non sa ancora cosa comprare. L’obiettivo è certo qui ben più alto (senza giudizi di merito) ma a noi, da Ninja che parlano di spot e pubblicità, questo video è piaciuto per questi motivi.

Guardatelo, e fateci sapere che ne pensate!

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