Startup in Italia, capitali e formazione per finanziare l'eccellenza

Puntare su ottima preparazione ed eccellenza è la strada per evitare lo scoppio della bolla speculativa delle startup

Fabio Casciabanca

Editor Business Ninja Marketing

Il primo passo è il capitale. Senza un adeguato finanziamento nessuna azienda, per quanto innovativa, può sviluppare progetti o ambire ad a guadagnare fette di mercato già sfruttate da competitors affermati. A maggior ragione una startup, che fondamentalmente basa le sue visioni di crescita iniziale sul contributo di incubatori e business angel, ha necessariamente bisogno di una iniezione di moneta liquida per trasformare l’idea  geniale in un concreto business.

Da idea geniale a startup vincente

La percezione diffusa è che, grazie a internet, qualsiasi “buona idea” adeguatamente supportata dagli investitori, possa trasformarsi da progetto a realtà di successo, tendenzialmente a livello globale. Questa visione di un nuovo mondo lavorativo in cui ognuno è artefice del proprio successo grazie all’idea giusta al momento giusto, dipende certamente anche dalla crisi che investe il mercato del lavoro attuale, creando tanta confusione su quali siano le reali possibilità di sviluppo di un progetto e, in molti casi, false aspettative in chi idea e propone.

 

 

I traguardi da raggiungere non sono un rapido successo economico e una grande popolarità a discapito di competenze e preparazione, già sminuite dall’effetto Zuckerberg, ma è necessario tendere alla creazione di un sistema sostenibile che produca nuove possibilità di lavoro innovando e proponendo modelli di riferimento totalmente nuovi, in linea con lo sviluppo delle tecnologie disponibili.

La startup è una nuova impresa o una affermazione dell’effetto Zuckerberg?

Come in qualsiasi tipo di mercato, non tutte le idee sono vincenti. Il peggior risultato di una non chiarissima comprensione dell’utilità del finanziamento esterno, è quello di “parcheggiare” i centinaia di giovani che riempiono gli incubatori in attesa di una sperata affermazione globale a livello economico.

Il cambio di prospettiva è puramente concettuale: la parolina magica “startup” non è altro che un modo diverso, più web-friendly di chiamare una nuova impresa o, per estensione, una azione di imprenditoria giovanile. E allora tutta una serie di parametri essenziali al funzionamento basico di una azienda, a qualsiasi livello, non viene affatto considerata: una startup (o nuova impresa, meglio) ha esattamente le stesse problematiche e necessità di qualunque altro intento commerciale: rapporti con i clienti e i fornitori, investimenti necessari, tasse ed esigenza di accesso a un credito veloce.

Il nuovo e il vecchio della new economy

Assistiamo invece ad un fenomeno simile alla crisi della new economy durante i primi anni del 2000, quando le quotazioni delle startup della Silicon Valley aumentarono in maniera incontrollabile, purché fossero legate al mondo di internet  e delle nuove tecnologie. Lo scoppio di questa “bolla speculativa” nell’era delle aziende “dot.com” innescò la caduta delle quotazioni a seguito di un crollo dell’indice Nasdaq, che contribuì a rendere il mercato decisamente più realistico e lontano dall’isola felice del web.

Anche oggi, aziende che non producono utili e, a volte, non hanno nemmeno un fatturato, vengono valutate miliardi di dollari, e fanno da traino a tutta una serie di imprenditori improvvisati che vedono in questo modello di sviluppo una sorta di soluzione alla disoccupazione giovanile. Far funzionare una azienda, che sia innovativa o meno, richiede molte competenze specifiche e generiche, una accurata disposizione delle risorse, una corretta visione del mercato e un’ottima capacità di gestione aziendale. Che queste vengano acquisite con l’esperienza, con lo studio o siano piuttosto frutto di un talento innato poco importa, sono necessarie quanto, se non oltre, una grossa infusione di capitali.

 

 

Sembra che il mercato vero di riferimento siano proprio le startup e gli startuppers. Eventi, incontri, tavole rotonde e dibattiti e ancora professori, corsi a pagamento, docenti influenti e titolati che predicano questo modello di new economy (ogni volta è nuova) contribuiscono a rendere il panorama complessivo un calderone in cui confluiscono tante ottime idee, messe in ombra da una serie infinita di progetti clonati e fotocopie di strumenti già da tempo operativi ma sconosciuti al grande pubblico.

La dura legge delle startup

Non si può poi dimenticare l’intricato sistema legislativo e burocratico con il quale lo startupper italiano deve confrontarsi. Diventato il miraggio di uno sviluppo felice che trasformerà tutti in imprenditori di successo, il tema delle imprese innovative viene inquadrato e regolato in ambito legale, sminuendo, di fatto, la velocità e plasticità dei suoi processi in un paese in cui gli aspiranti imprenditori sono davvero tanti. Alle altre competenze va aggiunta quindi una buona base di conoscenze giuridiche. Tutto ciò nella speranza di presentare un buon elevator pitch al finanziatore di turno, presentazione davvero brevissima in una penisola che non abbonda certo di grattacieli.

L’unica alternativa allo scoppio della “bolla startup” è la valorizzazione delle eccellenze, in primo luogo in ambito formativo, creando utenti super qualificati e poi privilegiando le idee e le soluzioni che si reggono su una forte base strutturale con grandi prospettive di innovazione.