Usa e default: "too big to fail" o rischio concreto?

Senza un accordo tra repubblicani e democratici il governo rischia di non aver più fondi per poter finanziare le sue attività

Fabio Casciabanca
Fabio Casciabanca

Editor Business Ninja Marketing

E se gli Usa fanno default?

Nel 2010 Andrew Ross Sorkin, giornalista ed economista del New York Times, pubblica “Il Crollo – Too Big to Fail“. I noti avvenimenti riguardanti il tentativo di evitare il fallimento  del colosso Lehman Brothers per scongiurare un pericoloso effetto domino, diventano in seguito un film di grande successo nel 2011.

Troppo grande per fallire

Il concetto del “troppo grande per fallire” viene smontato dagli avvenimenti del più grande crack finanziario dal 1929, quando, a dispetto di una mal riposta fiducia in un imponente intervento statale, uno dei primari operatori del mercato dei titoli di stato statunitense annuncia la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti, con debiti bancari per  613 miliardi di dollari, debiti obbligazionari per 155 miliardi e attività per un valore di 639 miliardi.

Il fallimento dell’ente finanziario privato ha avuto ripercussioni a catena su tutti i mercati mondiali, in particolare in Europa dove gli Usa rappresentano uno dei principali mercati di sbocco.

 

Ma cosa accadrebbe se a dichiarare default fossero proprio gli Stati Uniti, il Paese “too big to fail” per definizione? Il prossimo 17 ottobre il debito pubblico americano supererà il tetto massimo stabilito dal congresso nel 2011, quando si pervenne in extremis ad un accordo per scongiurare questa eventualità.

Il rischio assume quindi contorni politici: nella storia degli Usa il tetto legale del debito pubblico è stato innalzato circa un centinaio di volte, ma oggi, senza un accordo tra repubblicani e democratici,  il governo rischia di non aver più fondi per poter finanziare le sue attività e dover ricorrere alle entrate fiscali, penalizzando soprattutto gli investitori che detengono i buoni del tesoro americani, giudicati come l’obbligazione sovrana più affidabile del mondo.

Dal primo ottobre, con una operazione di shutdown, i servizi non essenziali sono stati sospesi fino all’approvazione dell’innalzamento del tetto per il debito pubblico, che sembra diventare parametro essenziale per la buona salute di una economia.

 

Se il debito fosse l’indicatore più fedele della salute economica di un Paese, anche il Giappone sembrerebbe avviato verso un sicuro default, considerato che il debito nipponico è addirittura superiore al 200% del Pil (in Italia si attesta sul 130%).

Perché il Giappone non rischia il default?

Il debito giapponese è in realtà sostenibile per due principali motivi: è finanziato con il risparmio interno, poiché quasi il 90% è in mani di investitori del Sol Levante,  a differenza di quanto accade in Italia e in altri Paesi europei che sono sottoposti al rischio di speculazioni finanziarie da parte dei creditori; la presenza di una banca centrale che, oltre a finanziare la spesa pubblica sottoscrivendo debito pubblico di nuova emissione, può acquistarlo sul mercato influenzando i tassi.

 

E gli Usa?

Foraggiare i mercati con nuova moneta appositamente emessa per scongiurare gli effetti della crisi comporta, inevitabilmente, l’esplosione dell’inflazione. La Federal Reserve americana ha già inondato per tre volte il mercato di liquidità, dal caso  Lehman Brothers, innescando le cosiddette bolle speculative frutto di una inflazione finanziaria, anche più pericolosa di quella monetaria, aumentando il rischio di una bancarotta “tecnica” o legale.

La riforma sanitaria, che prevede la possibilità di comprare assicurazioni a basso costo ed usufruire di aiuti governativi se impossibilitati a pagare, è il vero motivo di scontro tra Obama e il congresso, e finché i due contraenti non riusciranno a trovare un accordo sull’Obamacare, il rischio di un default tecnico appare concreto.