A lezione di Public Speaking da Barack Obama

Il successo di un discorso pubblico è questione di contenuti, ma anche di forma. Ecco i tre trucchi retorici usati dal Presidente per conquistare il pubblico.

Public Speaking Obama

Carmine Gallo, famoso keynote speaker e autore di bestseller mondiali come The Presentation Secrets of Steve Jobs, analizza da anni i discorsi pubblici di grandi personalità della politica, dell’economia e del dibattito pubblico per scovare le invarianti stilistiche che rendono questi discorsi memorabili.

Il suo occhio indagatore si è posato su John F. Kennedy, Martin Luther King, Winston Churchill, ma nessuno è capace di fargli battere il cuore come Ronald Reagan, il più bravo – a suo dire – a far vibrare le corde dell’orgoglio nazionale. Nonostante questa predilezione per il campione dei repubblicani, Gallo è convinto che ci sia molto da imparare in fatto di public speaking dall’ultimo leader dei democratici, il presidente Barck Obama.

Secondo Gallo, Obama usa una grande varietà di espedienti retorici nei suoi discorsi, ma tre sono le tecniche più ricorrenti e sono proprio queste tre tecniche a rendere i suoi interventi pubblici così efficaci ed entusiasmanti. Vediamo quali sono.

Concretezza

Il linguaggio di Obama rifugge dall’astratezza per utilizzare invece tutta la potenza del particolare, del concreto, del tangibile. È un linguaggio di passioni solide, di descrizioni icastiche, di immagini vivide e particolari memorabili.

Rendere l’astratto il più concreto possibile: fare, in sostanza, quello che fa un bravo scrittore.

Secondo Gallo, Obama è in grado in questo modo di trasportare il pubblico in un luogo diverso da quello fisico e delineare ritratti così vividi da sembrare fotografie. Per esempio, nel discorso di vittoria del 7 Novembre 2012, il presidente parla in termini così concreti delle persone che hanno fatto campagna attiva per lui da muovere l’ascoltatore alla commozione:

“Sentirete la determinazione nella voce del giovane organizzatore che si sta costruendo una strada andando all’università e vuole esser sicuro che ogni bambino abbia la stessa opportunità. Sentirete l’orgoglio nella voce del volontario che va di porta in porta perché suo fratello è stato finalmente assunto quando la fabbrica di auto locale ha aggiunto un altro turno. Sentirete il profondo patriottismo nella voce della moglie di un militare che lavora a telefono a tarda notte per esser sicura che nessuno che abbia combattuto per questo paese debba mai combattere per un lavoro o un tetto sulla testa quando sarà tornato a casa”

Per Gallo, l’errore più grande che si possa fare è utilizzare quel gergo vuoto e insensato così ostinatamente presente nel linguaggio pubblico moderno.

Quando sentirete oscenità retoriche del tipo “il pronunciamento del Senato non deve essere letto come un improprio ostruzionismo perché le istituzioni intendono vagliare a fondo la questione assumendo tutte le misure necessarie a operare una scelta ponderata”, ricordatevi di Obama e di quanto sono distanti le due sponde dell’Atlantico.

Ripetizione

Altrimenti detta, in retorica, “anafora”. Si tratta della ripetizione di una parola o un’espressione tipica all’inizio di frasi successive.

La ripetizione, usata consapevolmente, evidenzia un’idea e la rende memorabile. Uno dei migliori esempi di anafora in un discorso pubblico è quello di Martin Luther King:

“I have a dream that one day…”
“I have a dream that one day…”
“I have a dream that one day…”

Tornando a Obama, Gallo ricorda che l’attuale Presidente salì alla ribalta nazionale con un formidabile discorso alla convention democratica del 2004 in cui faceva largo uso di ripetizioni e anfore:

“We have more work to do. More work to do for the workers I met in Galesburg, Illinois…”
“More to do for the father I met…”
“More to do for the young woman…”
“I believe that we can give our middle class relief…”
“I believe we can provide jobs…”
“I believe that we have a righteous wind in our backs…”

Secondo Gallo, questo esempio dimostra anche come Obama prediliga raggruppare i concetti a tre alla volta. Il che offre un’ulteriore prova della validità di quella che egli chiama la “regola del 3”. Se si compila un elenco di concetti, è meglio non fornire troppe cose da ricordare. Ne bastano tre, meglio ancora se collocate in ordine ascendente per creare un climax.

Veni, vidi, vici. Giulio Cesare sapeva bene come comporre una “trimembre”.

Gesti e voce

Obama gesture speech

Da tempo si sa che molto della comunicazione passa per il versante non verbale.

Muovendo dalle ricerche di David McNeill, professore dell’Università del Michigan che si è concentrato sullo studio dei gesti delle mani, Gallo ha riscontrato che i bravi oratori utilizzano i gesti delle mani di più rispetto alla media. I gesti, sostiene Gallo, danno chiarezza al pensiero e consolidano la fiducia del pubblico nell’oratore.

Il presidente Obama, come molti altri memorabili speaker, usa le mani per puntellare ogni frase. Ma è un maestro anche nell’arte di modulare la voce e articolare il ritmo. Sa esattamente quando utilizzare il registro dei suoni gravi, quando fermarsi per creare una pausa o generare attesa, quando alzare il tono per sottolineare una frase chiave.

Se conveniamo sul fatto che la comunicazione è questione di contenuti, ma anche di forma, conoscere gli espedienti formali per tenere il discorso perfetto è fondamentale per infondere speranza nel pubblico. Secondo Gallo, infatti, le persone hanno bisogno di qualcosa in cui credere.

“Sia che tu guidi una nazione o un’azienda – conclude – qualcuno sta cercando in te un’ispirazione”.

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