Utenti e social network: il parere di Barbara Collevecchio aka @Colvieux [INTERVISTA]

Francesco Gavatorta
Francesco Gavatorta

Editor Social @Ninja Marketing

La settimana scorsa vi abbiamo fatto discutere molto con un post (Sara Tommasi: quando il gossip diventa strategia di social media marketing), che nei suoi limiti aveva l’obiettivo di aprire un dibattito su un focus particolare e molto attuale: come un qualsiasi contenuto condiviso sui social network possa attirare l’attenzione di utenti anche “distanti” da quella sfera semantica, magari attratti dal posizionamento “trash” o dal suo essere ridicolo.

Se nel caso specifico il punto di partenza è stata una sorta di strategia (perdonateci se reiteriamo l’utilizzo di questo vocabolo 😉 ) “casuale” proposta da Sara Tommasi, la quale ha saputo sviluppare forte interesse intorno alla sua brand page di facebook partendo proprio da alcuni post irriverenti e volgari, nell’analisi di quanto capitato abbiamo tentato di spostare il topic del discorso sul concetto di Voyeurismo Digitale. Un termine forte, ma che ben descrive cosa capiti, ad esempio, a un utente che interrotta una relazione amorosa controlla ripetutamente e ossessivamente gli account dell’ex partner sui social network nella speranza di avere dettagli sulla sua vita privata.

La tendenza ad andare a cercare informazioni che possono farci male, darci fastidio, o magari non rientrare nella nostra sfera d’interesse: cosa innesca questi meccanismi? La facilità con cui sul web e in particolare sui social network riusciamo a reperire informazioni? O forse una trasformazione che lato utente è sempre più evidente, e che va compresa in primis dai brand che vogliono dialogare con il proprio pubblico e con i prospect?

Un discorso che coinvolge tanti aspetti diversi, e su cui abbiamo cominciato a ragionare a partire da un articolo pubblicato su IlFattoQuotidiano.it, a firma Barbara Collevecchio (se siete su Twitter, la conoscete come @Colvieux), dal titolo: “Il web ci impedisce di chiudere con gli ex?“: un’analisi interessante che mette al centro la naturale tendenza, conclusa una relazione affettiva, a continuare a cercare informazioni sull’ex con l’intento di formarsi un’opinione su ciò che lo riguarda. Un meccanismo simile – anche se dall’origine ovviamente differente – a quello che si innesca con brand e personaggi famosi che come Sara Tommasi genericamente non piacciono, ma che appena creano una rottura dell’equilibrio fragorosa polarizzano le attenzioni di molti utenti diversi fra loro che vogliono semplicemente “saperne di più”. Atteggiamenti che in molti, nei commenti al post dedicato a Sara Tommasi, ci avete fatto notare essere mutuato da una tendenza generale alla ricerca del torbido tipica del pubblico italiano: aggiungiamo noi, atteggiamenti potenziati dalla grande quantità di informazioni fruibili in Rete.

Barbara si è prestata a rispondere a qualche nostra domanda: andiamo a sentire la sua opinione sul legame fra utente, contenuto e tendenza al ricercare notizie anche “scomode” sui social network.

1) Quali sono i meccanismi che fanno scattare la curiosità del conoscere, scoprire un contenuto? E quanto questi meccanismi sono stati esaltati dai social network?

La curiosità è stimolata da alcuni fattori, uno è intrinseco all’individuo: mi interessa un contenuto che abbai o ha che fare con qualcosa che mi riguarda per opinione, valori, interessi personali. Un altro motivo è il modo in cui la notizia o il contenuto è lanciato: oggi molte testate pubblicano una notizia o un pezzo precedendo il titolo con  “Mannaggia”, “Da non crederci”, “Leggi cosa è successo”, “Sconvolgente”: questa tecnica da giornalai serve per incuriosire la massa ma a mio avviso è scorretta. Poi c’è chi sa usare bene il web e la comunicazione facendo titoli interessanti, mettendo in mostra abilità da copywriter. Un altro fattore importante è legato all’influencer: se mi fido di una persona che per me ha autorevolezza sul web sono più portato a leggere i contenuti che quest’ultimo condivide.

2) Nel tuo articolo su Ilfattoquotidiano.it porti all’attenzione del lettore il rapporto che si può venire a creare con l’immagine dell’ex partner, distorta da una conoscenza completa eppur anche superficiale della sua quotidianità filtrata dai social network. In generale, questo si può dire in generale con tutte le strutture di senso fruibili in questi ambienti digitali? Può la realtà incompleta dei social media mutare anche la percezione dell’esistente non filtrato, portando ad andare a cercare informazioni che potrebbero infastidire o, peggio, far soffrire?

Assolutamente sì e posso fare un esempio personale. Ho avuto un pessimo diverbio con una persona anch’essa con molti follower su Twitter. Ad un certo punto, questa persona ha preso delle mie foto dal mio profilo facebook per pubblicarle su Twitter con delle didascalie atte a dimostrare che, avendo io fatto degli autoscatti, non sono una brava professionista. Al di là della storia penosa quello che voglio dire è questo: è lecito usare delle immagini per formarsi un’idea? Come posso desumere da uno status su facebook la personalità, la vita, la professionalità di una persona? I nostri contenuti sul web sono transeunti e alcuni superficiali, posso io dare un giudizio su qualcuno semplicemente giudicando ciò che condivide sul web? Questo è un pericolo perché implica una iper semplificazione del giudizio legato solo all’immagine.

Lo stesso vale per un nostro ex: come posso desumere da uno status o foto in cui appare felice o triste, quali sono le sue vere emozioni?  È masturbazione mentale: tutte inferenze senza nessun valore concreto.

3) Hai seguito il caso di Sara Tommasi? Secondo te, è corretto parlare di “voyeurismo digitale”, una forma ancora più acuta e marcata di tendenza da parte degli utenti a interessarti a determinati topic?

Non conosco bene il caso Tommasi, me ne sono interessata superficialmente solo perché si è parlato di ricovero psichiatrico. Sì, posso affermare con convinzione che sia un tristissimo caso di Voyeurismo digitale che altro non è che la forma più evoluta della vicina di casa pettegola che si mette ad origliare o spiare da dietro la tenda. In questo caso ho visto che questa povera ragazza viene usata nonostante abbia dei gravi problemi dimostrati dai suoi innumerevoli ricoveri. Quello che più sconvolge è al reazione sessita e volgare di chi commenta solo per scaricare rabbia di frustrazioni personali.

4) Sorgono le prime cliniche per disintossicarsi dai social network: secondo te, cosa porta un essere umano a diventare “dipendente” da questi strumenti?

I fattori sono molteplici, la realtà umana è sempre figlia di tante variabili e non mi pace mai cadere nella generalizzazione anche se è comoda. Credo che la  tendenza alla dipendenza sia più forte in alcuni rispetto ad altri. Non è il mezzo il problema ma l’uso distorto di quest’ultimo. Per disintossicarsi dalla droga l’abbiamo resa illegale ma c’è ancora chi si droga, credi che chi si disintossichi dal web, se non fa un percorso per scoprire il perché della sua tendenza a dipendere, non tornerà a dipendere ancora da qualcos’altro? Se non si affronda il punto nodale, il nucleo dei nostri complessi, essi si agganciano sempre a cose diverse e si rischia di passare da una dipendenza ad un’altra in una coazione a ripetere infinita.

Grazie Barbara!

A voi!

Da questo piccolo dialogo, sorgono spunti interessanti per concentrare l’attenzione sull’utente e sulle sue “gesta”. Concepire la comunicazione come un flusso virtuoso esperienziale ed emozionale può diventare la marcia in più per un brand che vuole sul serio polarizzare l’attenzione con modalità che ottimizzino queste tendenze alla ricerca, senza esasperarle o approfittare delle debolezze degli utenti.

Siamo ancora agli inizi di un’analisi che nei prossimi anni si farà più articolata sugli effetti della fruizione di informazione attraverso la propria rete di conoscenze: un settore di studio che interesserà non soltanto chi si occupa di marketing e comunicazione, ma anche chi mappa le strutture che si sviluppano.

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