Immigrazione: la nuova fuga di cervelli che sostiene l'economia

Come sostiene Zuckerberg, in una economia della conoscenza le persone di talento sono la risorsa principale

Fabio Casciabanca

Editor Business Ninja Marketing


I miei bisnonni sono arrivati negli Stati Uniti passando per Ellis Island. Uno dei miei nonni era postino, l’altro poliziotto. I miei genitori erano medici. Io ho creato un’azienda. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza una politica dell’immigrazione accogliente, un sistema scolastico di alto livello e la comunità scientifica che ha creato internet
[Mark Zuckerberg sul Washington Post]

In questo periodo di riflessioni sull’economia globale, italiani ed europei si trovano sempre più spesso a confronto con il tema delicato e problematico dell’immigrazione, letto ora in ottica di depauperamento dell’economia interna, ora in chiave di risorsa per un rilancio, considerato anche il tasso ridotto di natalità di molti dei Paesi occidentali economicamente sviluppati.

Immigrazione e reazione: la paura indotta dalla crisi economica

Alcuni Stati dell’eurozona reagiscono a questo non nuovo fenomeno con la riduzione delle possibilità di ingresso per gli stranieri. Tramite un referendum del 9 giugno, gli svizzeri si sono pronunciati con ampio margine a favore di un inasprimento della legge sull’asilo, ma questa è solo la prima delle misure che la classe politica sta cercando di attuare per rispondere alle preoccupazioni della cittadinanza: ora la Svizzera può accorciare i permessi di lungo soggiorno ai lavoratori dell’Unione europea (italiani compresi, quindi).

Il 23 per cento della popolazione svizzera è costituito da stranieri, per lo più europei, che contribuiscono in maniera decisiva alla crescita del PIL elvetico. Nonostante il dato di tutto rispetto, questo Paese non è nuovo ad esternazioni xenofobe, che volentieri colpiscono direttamente i cugini d’oltralpe, gli Italiani.

L’associazione tipica “straniero = brutto e sporco” che si contrappone alla “meraviglia di una integrità nazionale” è sottolineata e ribadita anche da una campagna politica di qualche anno fa, che puntava a colpire espressamente le popolazioni ROM.

Ma come si sviluppano questi processi razzisti e di avversione nei confronti degli immigrati?

La risposta è comune a tante problematiche: le difficoltà economiche attuali.

Senza andare neanche troppo indietro, la storia dell’ultimo secolo ha evidenziato ondate di odio razziale associate a fasi depressive del ciclo economico, per uno spontaneo timore di contrazione dei mercati e del relativo benessere collegato strettamente con la riduzione delle possibilità occupazionali.

Spesso però, il forte espediente della “minaccia straniera” è stato largamente strumentalizzato per sviare l’attenzione dei cittadini dalle reali problematiche alla base della crisi.

Immigrazione: pericolo o risorsa?

Per il nostro Paese l’immigrazione ha un ruolo determinante per la crescita economica, dato che la popolazione è sempre più anziana e pochi sono disposti a svolgere mansioni fondamentali che, sebbene strettamente necessarie, sono perlopiù snobbate dagli italiani e richiedono quindi una operazione di “importazione di manodopera”.
Le attuali leggi in vigore determinano invece un tasso di clandestinità elevato: oltre a non agevolare l’inserimento degli immigrati in settori occupazionali carenti di personale, scoraggiano anche il flusso di lavoratori altamente qualificati.

A differenza dell’immigrazione clandestina, condotta barbaramente da personaggi senza scrupoli per fini strettamente di lucro, della quale abbiamo una visione chiara grazie alle notizie che quotidianamente ci arrivano da località come Lampedusa, sarebbe necessario agevolare un tipo di immigrazione qualificata. Una ricerca di talento straniero porterebbe benefici di carattere tecnico ed economico ad aziende che stentano ad adeguarsi ai veloci cambiamenti dei mercati, che non riguardano esclusivamente le tecnologie ma coinvolgono sempre più anche le risorse umane.

Un “fuga dei cervelli al contrario“, una sorta di turn over dei lavoratori e delle conoscenze, basato su una legislazione più flessibile ed attenta alle reali esigenze del mercato interno e dell’occupazione, che non riduca il fenomeno migratorio a mera accoglienza dei disagiati ma anzi valorizzi le eccellenze straniere per migliorare complessivamente la situazione economica locale.

Certamente questa opzione incontra grandi ostacoli in un Paese nel quale anche importanti cariche dello Stato scivolano su più o meno propagandistiche affermazioni a sfondo razzista e sessista.

Come sostiene Zuckerberg “In una economia della conoscenza le persone di talento sono la risorsa principale: bisogna fare crescere e attrarre i migliori, perché saranno i leader di domani.