Chi non studia è premiato: il Decreto Lavoro boccia i laureati?

Le misure del Decreto Lavoro varato dal CdM non sono meritocratiche. Rischio abbandono allo studio elevato

Alessia Di Raimondo

Sub-Editor Sezione Startup

Ieri il Consiglio dei Ministri del Governo Letta si è riunito per discutere la bozza del Decreto Lavoro. Repubblica per prima ha diffuso le indiscrezioni sul contenuto del documento dai risvolti delicati per un mercato decisamente in crisi: quello dei milioni di giovani italiani inoccupati che non sanno se fare le valigie ed emigrare o restare, sperando di non alimentare solo vane speranze.

Nella bozza del Decreto Lavoro varato sono previste misure a sostegno dell’occupazione giovanile: incentivi alle imprese che assumono con contratti stabili a tempo indeterminato giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni in possesso di determinati requisiti – tra cui l’inoccupazione da almeno 6 mesi – e per un massimo di 650 euro mensili per lavoratore e per un periodo di non oltre dodici mesi.

Tra i requisiti richiesti perchè i giovani possano essere validi beneficiari dell’agevolazione – l’azienda che li assume, nello specifico – suscita già polemiche quello che impone che gli stessi siano privi di un diploma di scuola media superiore e professionale, o devono vivere soli e con una o più persone a carico.

I Neet – Not in employment, education or training – sono i reali destinatari della misura che il Governo si appresterebbe a votare come Legge. Giusto o sbagliato? Le posizioni al riguardo sono dicotomiche.

E’ di ieri la lettera su Repubblica.it di una professoressa di scuola media superiore in cui è evidente lo sbigottimento del docente rispetto alla richiesta di un genitore di non fare andare avanti negli studi il figlio.
La ragione della richiesta controcorrente? I proprietari del ristorante dove il figlio del genitore in questione lavora sarebbero adesso disposti ad assumerlo, grazie agli incentivi previsti dalla nuova bozza di legge sul lavoro.

La lettera si è poi scoperto essere un falso e a svelarlo è stata La Stampa tramite Massimo Gramellini, che ha riportato la reale firma della lettera, un’agenzia di comunicazione.
C’è chi approfitta della mossa del Governo per attaccarlo, tramite trucchetti e mezzucci, ma lo scenario potrebbe non essere del tutto “fantastico”, bensì proiezione di una realtà che potrebbe verificarsi, per allarmismi, o mancata informazione, o con fondatezza, ancora non lo sappiamo.

Il decreto in esame rischia di incentivare l’abbandono scolastico? Per non parlare delle apparentemente inutili iscrizioni ai corsi di studio universitari alla luce del valore nullo che il decreto attribuisce alla formazione superiore per trovare lavoro.
E allora chi sta studiando, cosa lo sta facendo a fare?
E’ questa la domanda che i giovani dovrebbero porsi leggendo le notizie che impazzano sul web e sulla carta stampata in queste ore e, si presume, nei giorni che verranno? Era questo lo scopo di un intervento del Governo in materia? Certo che no.

La bozza del decreto consiste per ora solo in un testo di circa una decina di articoli che prevedono misure volte ad arginare i confini del problema in attesa di ulteriori provvedimenti, soprattutto attraverso il ricorso alle risorse comunitarie previste dalla programmazione 2014-2020.
Attenzione a non demonizzarla.

La riflessione

Certamente si sta diffondendo un messaggio distorto e pericoloso per i risvolti che potrebbe avere, ma potrebbe fornirsi una lettura alternativa delle proposte del Governo, che potrebbe mirare al sostegno ai più deboli, coloro che le risorse per studiare non le hanno, o non sono mai riusciti ad ottenere un’occupazione stabile e che, quindi, risultano svantaggiati perchè sempre non in grado di assicurarsi una stabilità professionale e la relativa esperienza che faccia curriculum per future opportunità.

E’ anche vero che se le aziende, piccole o grandi che siano, sulla base delle agevolazioni previste dal Decreto dovessero da ora in poi orientarsi solo verso queste categorie, mortificando chi sui libri ha “perso” tempo, denaro, e sogni, forse che i nuovi “deboli” diventeranno gli studiosi, i presunti “avvantaggiati” di oggi. Si invertiranno le categorie, quindi, ma non scompariranno i penalizzati.

Un cane che si morde la coda? staremo a vedere cosa succederà, intanto è bene riflettere e confrontare le opinioni per lo scopo comune: uscire dall’empasse dell’assenza di prospettive per i giovani italiani.
E’ proprio il caso di citare il film della Wertmüller: “Io, speriamo che me la cavo!”.