Spotify: un'esperienza di social media marketing per le aziende

Come sfruttare le potenzialità di Spotify per arricchire la vostra brand image con la musica

Spotify logo

Credo che negli ultimi anni la parola crisi abbia soppiantato, in peso nelle conversazioni, qualsiasi altro termine. Non c’è dialogo che non la contenga, non esiste giorno in nessuna delle attività produttive d’Italia – e, lo sappiamo, questo è il secolo della marketingizzazione del quotidiano, dove anche la fiducia diventa formaggio – in cui, espressa o sottintesa, non compaia.

Eppure è anche il momento, questo, in cui startup companies iniziano il loro processo costitutivo quasi rimbalzando sulla crisi, utilizzando di fatto la propria elasticità e quella del sistema per sfruttare terreni non ancora di possesso di nessuno, piantando là la propria bandiera.

Lo abbiamo visto per motori di ricerca, per directories di ricerca, per siti di acquisti tra privati, e poi andando avanti veloce per blog che hanno acquisito importanza nel trend making, per Facebook, Twitter, Instagram (alzi la mano chi non ha fotografato il proprio petto di pollo). Lo sappiamo: una su mille ce la fa (chi si ricorda Lycos? chi Clarence?) eppure quella una su mille c’è.

Ciò che blocca diverse compagnie italiane riguarda proprio la succitata elasticità esterna: laddove in altri Paesi il sistema opera in una sorta di cospirazione favorevole, ossia di fatto spinge a unire le forze, incentiva il lavoro giovanile, opera perché le idee operino, in Italia una mancanza o un’eccessiva cristallizzazione di risorse economiche, burocratiche e organizzative rende tutto questo più complicato. Assai più complicato. Pressoché impossibile, come ci ricorda la nota parodia di uno Steve Jobs napoletano.

Come saltarci fuori? Una delle opzioni è trasferirsi all’estero. La seconda, provarci lo stesso e sperare che lavoro proprio e congiuntura ci rendano primi tra mille. La terza, sfruttare ciò che fanno altri per promuovere il nostro lavoro.

Oggi vorrei parlare dell’uso social di Spotify da parte delle imprese, che siano piccoli commercianti o grandi aziende. Il binomio pagina Facebook e sito internet è diventato infatti ormai una sorta di obbligo, cui le imprese aggiungono ogni tanto account Twitter, eventualmente profili Tumblr, cose così – ma quante zattere senza vela in mezzo al mare!

Molti ancora non conoscono o sono indietro rispetto alla Gamification – in merito alla quale pensiero di chi scrive è che questo sia il percorso del futuro prossimo, già battuto dalle Nike+. Ma Spotify pochi lo usano, se non per piacere personale.

Spotify, lo sappiamo, è quel programma – fortemente innestato nei social media – che permette l’ascolto di musica libero e gratuito, la creazione di playlist, la scoperta di nuova musica; le app poi consentono non solo di unire recensioni ad ascolto (Rockol.it, the Guardian, Rolling Stone Magazine) ma anche di esplorare generi musicali noti per scoprire l’ignoto (Any Decent Music?, Blue Note, Swarm.fm), o addirittura di imparare (Listen Language).

Una delle leggi più rinomate e tradite del marketing riguarda la fidelizzazione del cliente. Quante volte, nel nuovo lavoro che di volta in volta intraprendevo, ho scorso le liste di vecchi clienti per scoprire che… non esistevano liste di vecchi clienti, che alcuni di essi – ritenuti piccoli – erano in realtà colossi a livello regionale o italiano, che altri erano stati mandati a morire perché non seguiti a sufficienza dall’agente locale o dal responsabile commerciale.

Un modo quindi interessante di mantenere un rapporto col cliente può essere quello di creare un’esperienza della vostra impresa, oltreché un’esperienza del vostro prodotto o servizio. Di rendere cioè il richiamo alla vostra impresa connotato positivamente e non controverso o negativo. Di arricchire la vostra brand image con la musica in modo da creare un universo social contributivo.

Ben Harper

Con Taikan abbiamo già analizzato quali possono essere alcune delle potenzialità di utilizzo di Spotify da parte dei brand e con Anakin abbiamo visto come Spotify venga utilizzata da un blog per coinvolgere i propri lettori. Cos’altro aspettare quindi?

Avete una discoteca? Perché non creare una playlist della musica del sabato precedente, in modo che i vostri clienti sappiano quale esperienza aspettarsi, possano ascoltarla in contemporanea, condividerla su FB, commentare?

Avete – invento – un negozio di frutta? Perché non creare una piccola playlist da aggiornare legata a frutta, verdura e al loro consumo, nonché allo stato d’animo che ingenerano?

Perché, per dire, non dedicare mezz’ora al mese a cercare (lo faccio in questo istante, 11.13), creare una playlist e metterla online? Fatto. 15 minuti dopo esatti – nonostante questo pezzo in mezzo, due interruzioni e una mail – una piccola playlist è online.
Pronta, nel caso, a essere condivisa per rendere l’esperienza bidirezionale. Per dare al vostro cliente-utente la sensazione di esser parte di un processo di piacere.

Avete scritto un libro? Ecco una playlist legata al libro stesso – perché chi vi segue possa avere non solo l’eventuale piacere di leggervi, ma quello accessorio di arricchire l’esperienza della lettura o dell’attesa.

Avete un’azienda di prodotti elettromedicali (invento ancora, è per rendere l’idea)? Bene. Oltre che centrarvi su chi siete voi potreste pensare a chi sono i vostri clienti. Visto che il comparto del medicale emiliano è andato in crisi nel dopoterremoto 2012, perché non mettere online una playlist di musica che possa fare da incoraggiamento a chi è là?

Il marketing non è un nemico, né lo è l’uso social. Il nemico è il solo pensiero al profitto – che ha generato danni e ancora ne genera per chi cerca il guadagno immediato a scapito di una politica a largo raggio. Pensate a chi avete di fronte, coinvolgetelo, siate voi social per lui e non viceversa. L’esperienza di accoglienza vi renderà interlocutori più graditi, e questo genera anche un ritorno economico.

Un consiglio. Non ho mai creduto alle aziende che lasciavano di colpo vecchi dettami per seguirne di nuovi. Questo è stato, tra l’altro, uno dei motivi più importanti del crollo di diverse startup della bolla di Internet.

Quindi il mio consiglio è: concentratevi sul prodotto e sul messaggio. Siate i migliori in ognuno dei campi. Solo in questo modo la crisi – questa maledetta – potrà esser superata.