Working Capital 2013: questo è l'anno d'oro delle startup [INTERVISTA]

Salvo Mizzi condivide con noi in esclusiva le peculiarità del WCap e la sua visione sulla realtà startup italiana e non solo

Alessia Di Raimondo

Sub-Editor Sezione Startup

In quello che è stato definito l’anno d’oro delle startup, il Working Capital Accelerator ha lanciato la sua edizione 2013 lo scorso 19 aprile, aprendo la Call for ideas che si chiuderà il 30 settembre 2013, mentre il 30 maggio scadrà il termine per candidarsi alla selezione per il programma di accelerazione.

Telecom Italia quest’anno ha introdotto numerose novità, a partire da tre nuove sedi del suo acceleratore – Milano, Roma e Catania (quest’ultima verrà inaugurata il prossimo 7 maggio) – partnership con investitori di peso – vedi Principia SGR ed Innogest SGR, oltre che l’acceleratore Nana Bianca e le piattaforme di SiamoSoci ed Eppela – ed un nuovo strumento di raccolta degli oltre 4000 business plan revisionati dalla prima edizione ad oggi, per dare visibilità a tutti i progetti a livello internazionale tramite la Kauffman Society.

Abbiamo intervistato Salvo Mizzi, Project Leader del Working Capital oltre che Corporate Fellow alla Kauffman Society. Poche domande per scoprire di più sull’opportunità offerta quest’anno da Telecom agli startupper e non solo.

Entità e ragioni del successo del Working Capital Accelerator

Rispetto agli altri programmi di accelerazione, vedi il Mind The Bridge, qual è la marcia in più del Working Capital di Telecom Italia e qual è il punto di debolezza?

Salvo Mizzi: “La marcia in più è la concretezza, la forza di un grande gruppo, la capacità di rinnovarsi e migliorare di anno in anno. Dal 19 aprile abbiamo creato un Albo Veloce che certifica le startup di Wcapital come fornitori Telecom Italia, con un budget a sei zeri che incentiva l’adozione delle soluzioni e dei prodotti nati da Wcapital da parte delle Business Unit di Telecom Italia, con un discount fino a 100mila euro sul primo contratto (il cliente zero!) delle nostre startup. Questi sono fatti. Che cambiano profondamente il modo in cui si fa innovazione in Italia.

Provate a immaginare l’impatto di una misura del genere se venisse adottata dalla Pubblica Amministrazione. Punti deboli? Qualcuno, forse il principale è dato dal non avere un fondo corporate di seed capital da agganciare alla vastissima community di Wcapital. Ma ci lavoriamo. Mind the Bridge è un ottimo progetto e Marco Marinucci un vero innovatore, sincero e appassionato”.

Avete fatto una fotografia delle startup incubate a distanza di un anno dall’incubazione? Quante realmente hanno conquistato una posizione sul mercato?

S.M.: “Dal 2009 ad oggi, circa 100 sui 4000 business plan ricevuti. Di alcune siamo molto fieri. Con i tre nuovi acceleratori Wcapital appena aperti a Milano, Roma e Catania, contiamo di intensificare ulteriormente i casi di successo, offrendo oltre ai 30 Grant percorsi di coaching e mentoring ad hoc per trasformare le idee in imprese innovative tout court.

Lo sguardo al panorama internazionale

Avete avviato delle importanti partnership con VC e piattaforme di crowdfunding italiane. Avete valutato l’opportunità di attivare una rete con investitori stranieri? Se sì, come mai non è ancora partita una collaborazione concreta?

S.M.: “Dissento, la collaborazione è super concreta: con Kauffman Society abbiamo aperto il Repository, il registro con dentro tutti i nostri business plan rivolto agli investitori internazionali, Dpixel e Principia hanno investito più volte sui winner di Wcapital. Axel Johnson, tra i maggiori fondi PE americani, ha investito 15M di dollari su Ecce Customer/Decisyon.

In merito al crowdfunding: abbiamo spinto sin dall’inizio, portato qui in Italia l’autore del Crowdfunding Act di Obama, Jason Best, siglato adesso l’alleanza con SiamoSoci ed Eppela. E siamo solo all’inizio”.

Guardando ad ulteriori soggetti finanziari internazionali, quali siete più propensi ad attrarre in Italia?

S.M.: “Quelli che comprendono il valore del nostro “made in Italy” oltre la facile retorica del lifestyle e del fashion. Siamo ancora il 4° o 5° paese manifatturiero nel mondo, ricco di imprese interessanti alle quali mancano scala e volume per estendere la leadership del nostro Paese anche in campo innovazione e tecnologia. Per questo guardiamo a USA, mondo arabo e Cina, giusto per fare qualche esempio”.

Si parla tanto della realtà startup israeliana ed oggi si parla anche molto delle startup russe, cosa dovrebbero apprendere, se c’è qualcosa da apprendere, gli startupper italiani da loro?

S.M.: “Nulla, presto saremo noi da esempio per loro. E poi qui non sono gli startupper a dover apprendere, bensì il nostro sistema Paese, la politica e i policy-maker. La domanda è: cosa devo fare per rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono ai nostri imprenditori innovativi di competere su scala globale? In Italia tutto quello che vuoi intraprendere è vietato, a meno che tu non abbia attraversato la procedura necessaria per ovviare al divieto. Occorre una profonda trasformazione della nostra PA e della cultura burocratica che troppo spesso esprime.

Cosa aspettarsi per il futuro

Non si corre il rischio che con la proliferazione sfrenata di startup e business competition – ma un ammontare di capitali comunque limitato ed un interesse degli investitori a supportarle finanziariamente non sempre concreto – si arriverà ad una bolla in cui saranno troppi i progetti e le startup registrate e troppo pochi i sogni imprenditoriali realmente realizzati da parte di giovani startupper?

S.M.: “Sulle startup innovative l’Italia ha compiuto una straordinaria rimonta: quando Telecom Italia ha lanciato Working Capital, nel lontano 2009, il tema era esoterico. Tra la prima generazione Internet dei primi 2000 e quella successiva c’era un deserto. La proliferazione attuale? Basta avere le idee chiare: se i programmi di incubazione o accelerazione, o altro, garantiscono effettivamente risorse concrete alle startup, vanno bene. Altrimenti è “fuffology”.

In ogni caso, realizzare i sogni d’impresa è compito dei team e del mercato. Gli strumenti del Venture Capital richiedono una selezione estrema, se a farcela è uno su 100 è normale. Infine: i capitali coraggiosi in Italia non abbondano, ma la situazione migliora: alcuni fondi VC hanno stazza adeguata (come Principia o Innogest) e la sensibilità dei fondi istituzionali è adesso più elevata. Certo, da soli anche qui non ce la caviamo.

Per avere capitali di rischio all’altezza delle potenzialità serve networking globale, capacità di attrarre soggetti internazionali, presenza costante in Europa. Su questi temi Working Capital è impegnato al massimo, a partire dal network della Kauffman Society”.

Che ne pensa di un futuro corso di laurea in “Startup e project financing”, lo riterrebbe utile per formare meglio ed in un’ottica più operativa e meno concettuale gli startupper di domani?

S.M.: “Sono a favore del superamento del valore legale del titolo di Laurea; l’innovazione si fa con gli imprenditori, nuovi, giovani, determinati e veloci. L’Università è fondamentale per la costruzione dell’ecosistema e per una formazione permanente. Ma non serve un ennesimo corso di laurea per seguire con decisione la strada della crescita. Piuttosto, sarei felice di ospitare qui in Italia la presenza europea della Kauffman Society o di programmi con focus sull’imprenditorialità e l’innovazione: servono nuove imprese italiane globali.

Ognuno faccia la sua parte: il 19 aprile si è aperta la nostra Call per 30 Grant d’Impresa da 25mila euro ciascuno per idee in ambito digital, green e mobile. Lo scorso anno ci hanno risposto in 1000, aiutateci a diffondere questa opportunità tra gli innovatori italiani”.

Cosa ci si potrebbe aspettare di nuovo dai Wcap del futuro?

S.M.: “Una straordinaria spinta europea e internazionale. Noi vogliamo davvero fare sistema. Dobbiamo ricostruire lo spirito italiano raccontato da Giuliano da Empoli in “Canton Express”. L’Italia è un paese meraviglioso e dobbiamo darle il futuro che merita”.

Grazie Salvo!

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