Fenomenologia degli Hater, gli anti-fan che alimentano l'industria discografica

scopri il ruolo degli haters nel marketing musicale on-line.

 

“Sei un venduto.”

“Hai tradito le tue origini!”

“Fate schifooooooo!”

“Siete trooopoooo commercialiiiiiii”

L’Hater ricopre un ruolo di grande rilevanza nell’ecosistema del marketing musicale online.

Questa simpatica creatura ha l’abitudine di manifestare avversione/rabbia/invidia nei confronti di un artista, commentando in modo aggressivo e poco strutturato sulle bacheche dei social e su YouTube in particolare.

Adesso senza che la facciamo troppo lunga, un Hater è chiunque si sfoghi nei confronti di una persona famosa. Sono sempre esistiti e non è certo un fenomeno legato al web.

Ma sulle pagine di questa rubrica questa figura assume un ruolo che prima del web non poteva avere: gli Haters infatti sono uno dei motori (ma non l’unico ovviamente) del successo virale di un artista musicale sul web.

Avere tanti Haters on-line è un male per un qualunque Brand, mentre curiosamente può essere un bene per un artista. Questo perché nel caso del marketing musicale gli hater fanno due cose utilissime: commentano e fanno infuriare i supporter.

Per quanto riguarda i commenti la questione è semplice: quasi tutti gli algoritmi, da YouTube ad Apple Store, tendono a premiare i contenuti più commentati mandandoli in vetta alle classifiche. La seconda questione invece è ben più articolata, non tutti infatti  riescono a cavalcare il fenomeno rendendo l’Hater un driver di visibilità, fama e quindi cash.

L’esempio d’obbligo è il rap, non a caso “Hater” è un termine ricorrente nei testi rap americani. In Italia i signori nella manipolazione dei feedback negativi sono indiscutibilmente i Club Dogo, gente che il marketing potrebbe insegnarlo nelle scuole (e se lo facessero le classi sarebbe piene di belle ragazze).

C’è un testo in cui Jack la Furia, parlando dei testi delle sue canzoni dice ”… faccio solo intrattenimento. E sesso, droga e invidia, nel media è il top del momento”.

Mr. La Furia dice una grande verità: l’invidia rafforza il modello aspirazionale. Le persone vogliono essere invidiose.

Un esempio pratico: quando i Dogo pubblicano il video “voi non siete come noi” prendono idealmente le distanza da tutti coloro che li stanno ascoltando, scatenando così un delirio di insulti, accuse, difese, recriminazioni e richieste di sesso occasionale nel box commenti. Con conseguente ascesa vorticosa del video stesso nella classifica di YouTube.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=FBLflH3In_E’]

I commenti negativi hanno quindi il pregio, quasi solo in ambiente musicale, di stimolare i sostenitori a dire la propria, difendendo i propri artisti preferiti e scagliandosi contro i delatori. Non a caso non è raro trovare una pagina social di un cantante non moderata, ovvero dove sono i fan stessi a moderarsi da soli.

Questo processo, spontaneo e di norma molto rapido per un artista, è invece un obiettivo arduo e complesso per un Brand di un altro settore. E’ infatti raro (succede, ma è raro) vedere il fan di una pagina Facebook una marca di cioccolatini, scagliarsi contro un delatore a difesa della marca, e quando succede si stappano bottiglie costose e si ricevono panettoni di gastronomia per Natale.

Gli Haters hanno un ruolo importantissimo nel magico ecosistema digitale: fomentano i supporters, fanno scalare le classifiche ai video, danno lavoro agli esperti di brand reputation, fanno vendere cappellini con la scritta “I Love Haters”, sono parte integrante dei motori che muovono le community.

Io ad esempio è grazie a loro che ho scoperto il maestro Truce Baldazzi, del quale vi dedico “vendetta vera” nella (splendida) versione acustica di Stoner F.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=e1sx3tK-5jE’]

Che dite? Sono troppo commerciale? Fatemi sapere!

Alla prossima.

Jack ‘n Roll