Raccomandazioni e conoscenze, quanto pesano per trovare lavoro

Quando nella ricerca del lavoro conta chi conosci più di cosa sei capace di fare

Alessia Di Raimondo

Sub-Editor Sezione Startup

Cercando lavoro vi è capitato di mandare dei CV, telefonare a dei contatti per farvi suggerire qualche azienda, società, ecc, a cui mandarlo e sentirvi rispondere: “Sì, potresti inviarlo all’azienda X, ma…lo conosci il Capo?…perchè altrimenti difficilmente avrai qualche chance”.
A me è capitato, e non solo una volta.

Può cambiare il soggetto; puoi non dover conoscere il Capo o Presidente che sia, bensì il Responsabile HR o anche il dipendente che ha una voce in capitolo all’interno del team o, ancora meglio, il personaggio pubblico che tutti tengono in considerazione perché poi avranno diritto a chiedere favoritismi su altri fronti. Insomma, non è necessario che tu conosca il “Boss”, ma qualcuno lo devi pur conoscere se vuoi entrare in un luogo di lavoro, almeno, così oggi tristemente appare.

Porte sbarrate, quindi, ai CV di migliaia – magari..qui si tratta di milioni! – di neolaureati, masterini, dottori di ricerca e tutti i componenti dello squadrone dei giovani disoccupati italiani. Ingresso libero, invece, al CV della persona che ti raccomanda, se ne hai una.
E’ una burla? No, ahimè, è la realtà che nel 2013 noi giovani ci ritroviamo davanti, anche se ha origini ben più remote.

Vediamo di fare una fotografia più accurata della situazione.

La disoccupazione in Italia: quali i numeri?

I dati Istat relativi al mese di febbraio (ultima rilevazione ufficiale) parlano di una disoccupazione dell’11,6%, in aumento di 1,5 punti nei dodici mesi. A febbraio dell’anno scorso il tasso di disoccupazione si attestava al 10,1%. Nell’arco di un anno i disoccupati sono aumentati di 401.000 unità, portandosi a 2,971 milioni.
I dati Reuters parlano di stime negative per tutto il 2013, con una media annuale intorno all’11,7%-11,8% e possibili rialzi nella seconda metà dell’anno.

E non siamo “quelli” messi peggio in Europa. Bruxelles diffonde dati allarmanti per tutta l’Eurozona: nei 17 Paesi della zona euro, infatti, la disoccupazione a febbraio ha raggiunto il record del 12%, con oltre 19 milioni di persone senza occupazione.

Il quadro ha delle tinte scure, ma peggiorano se all’assenza dei posti di lavoro aggiungiamo anche il fatto che quelli che ci sono vengono assegnati senza criteri oggettivi di merito o procedure di selezione aperte.

La raccomandazione è la piaga moderna dell’Italia degli aspiranti “lavoratori”

La cara vecchia raccomandazione – la parola giusta detta dalla persona giusta per ottenere il desiderato posto di lavoro – a quanto pare è una prassi a cui ricorre un italiano su cinque per trovare lavoro. Ed è il Nord-Italia ad avere il primato nazionale.

Non sono numeri gettati qui per caso, ma sono dati ufficiali Eurispes contenuti nel 25° Rapporto Italia.
Su un campione di 1.500 persone intervistate, il 21,2 % ha ammesso di essere ricorso alla propria rete di conoscenze per riuscire a trovare lavoro.

Questo malcostume che rischia di affossare il Paese, e con esso promettenti giovani che nient’altro avranno da fare che preparare le valigie ed emigrare, si concentra più al Nord che al Sud.
Mentre il 17,2% dei cittadini meridionali e il 12,1% degli isolani intervistati ha dichiarato di avere trovato lavoro aiutato dalla spintarella, il dato arriva fino al 25,5% dei cittadini del Nord-Ovest ed al 20,8% nel Nord-Est.

La meritocrazia non manca solo da noi: Spagna e Francia ci seguono a ruota

L’Italia non è la pecora nera dell’Europa da questo punto di vista.
In Spagna il 95% degli impieghi è frutto di “conoscenze” e a dirlo è il Prof. Allard della IE Business School di Madrid. Si chiama “enchufismo”: contano più le conoscenze giuste che i meriti personali.
Non è diverso in Francia: un Professore di Sociologia della Sorbonne, il Prof. Amadieu, il 70% dei francesi accede al lavoro grazie alle conoscenze.

La Germania sembrava essere un’eccezione se non fosse che qualcuno testimonia il contrario: un membro di “Class of 2012”, ingegnere con tanto di Master, ha dichiarato di aver assistito ad episodi in cui una conoscenza ha aperto una porta che altrimenti sarebbe rimasta chiusa. Ma qui si parla di episodi isolati, non realtà diffusa.

In Gran Bretagna la spintarella conta più che altro per accedere ai posti più prestigiosi. Figuriamoci; noi in questa sede stiamo parlando dell’ ABC, non di tutto l’alfabeto!
La best practice sembrerebbe rimanere l’America, Regina del merito.

Raccomandazione? no. Referenze? sì

In fondo potrebbe non essere cattiva prassi fare accompagnare il proprio curriculum da una “lettera di raccomandazione” (che è cosa diversa rispetto alla “raccomandazione”) se questa garantisce le competenze e la serietà di un giovane valido e non è, invece, un lasciapassare per un incompetente.

In America i nostri “cugini” fanno application ai vari posti di lavoro, che siano nel mondo accademico o in quello aziendale, nel pubblico o nel privato, accompagnati da una o più lettere di referenze che il docente universitario o magari il mentor che li ha formati in sede di stage o altri preparano per convalidare quanto riportato nel CV ed avvalorarlo con un giudizio personale, di cui ci si assume la responsabilità.

Sarebbe così difficile adoperare questo sistema invece che la “parolina” che senza un minimo di controllo diventa “pratica illecita”?

Non vanno bene gli eccessi in entrambi i sensi, ovviamente.
Una meritocrazia fine a se stessa rischia di diventare discriminante ed alimentare gli stereotipi, pertanto occorre sempre che sia supportata culturalmente. Ma ancora siamo lontani dall’eccesso meritocratico, pertanto…indignamoci e iniziamo a rimboccarci le maniche.

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