Cosa c'è dietro il successo mondiale di Zumba

Dietro l'ultima mania del fitness si nasconde un franchise di successo mondiale che vende benessere, abbigliamento e musica.

Quando si parla di Zumba si pensa subito a grandi sale fitness, pantaloni cargo dai colori sgargianti e tizi che tirano pugni a destra e a manca mentre nella stanza risuona musica caraibica.

A dispetto di quello che si potrebbe pensare, Zumba non è soltanto l’ultima mania del fitness, ma un franchise di successo mondiale che appassiona più di 14 milioni di persone in 150 paesi diversi, vende online più di 3 milioni e mezzo di capi d’abbigliamento e piazza singoli ai primi posti delle classifiche di mezzo mondo. Si stima che, nei prossimi anni, la disciplina arriverà ad essere praticata da più di 25 milioni di persone.

Numeri significativi che hanno fatto sì che, nel 2012, Zumba fosse insignita del titolo di “Compagnia dell’anno”Business Insider ha intervistato Alberto Perlman, uno dei fondatori della disciplina, per capire cosa c’è dietro questa grande storia di successo.

Gli inizi

Tutto cominciò nel 1986 quando un istruttore colombiano di aerobica dimenticò a casa il cd di musica per il suo corso.

Alberto “Beto” Perez fece di necessità virtù. Usò la musica a disposizione nella palestra in cui insegnava per costruire una coreografia in cui venivano mescolati passi provenienti dall’hip-hop, dalla salsa, dalle arti marziali e persino dallo stile Bollywood. I suoi allievi furono entusiasti.

Nel 2001 Perez si trasferì negli Stati Uniti dove continuò ad insegnare aerobica.

La svolta

Da sinistra verso destra: Alberto Aghion (COO), Alberto Perlman (CEO) and Beto Perez (CCO)

Nel 2001, Alberto Perlman sentì parlare dei corsi di Beto da sua madre. La curiosità si accese quando la madre gli raccontò che il suo ingegnoso istruttore aveva escogitato un modo per integrare “The Saturday night feel good” in un corso di fitness. Dopo aver frequentato qualche lezione, l’allora venticinquenne Perlman si convinse della necessità di far conosce Zumba a più persone possibile e pensò che il suo amico di infanzia, Alberto Aghion, sarebbe stato il partner ideale per fondare un’azienda.

A quei tempi la disciplina non si chiamava ancora Zumba. “Erano soltanto 120 persone stipate come sardine” – ha commentato Perlman nella sua intervista.

La vendita di VHS

Perlman e Aghion iniziarono a collaborare con Perez per creare una serie di VHS, sulla falsariga dei celeberrimi corsi di aerobica di Jane Fonda, da piazzare nelle televendite di tarda serata.

Si decise che il cellulare privato di Aghion avrebbe fatto da call center. Non ci volle molto prima che persone da tutto il mondo chiamassero per avere maggiori informazioni. Queste persone non si accontentavano dei VHS, volevano partecipare ai corsi e, fatto ancor più importante, volevano diventare istruttori. E qui i tre ebbero l’intuizione vincente.

“Aghion mi chiamò il giorno successivo e disse: ci potrebbe essere un grande affare in ballo” – racconta Perlman.

L’idea del franchise

Una delle leve del successo di Zumba sta nella formula di diffusione del brand.

Perlman, Aghion e Perez pensarono di trasformare ogni istruttore in un imprenditore. Nel 2003 fondarono a Miami la “Zumba Academy“, per formare l”esercito di nuovi istruttori che avrebbe portato la nuova disciplina in ogni angolo del mondo.

In soli 2 anni Zumba Academy sfornò 700 nuovi istruttori. Una volta certificati, ciascuno di essi avrebbe potuto insegnare, vendere abbigliamento e compilation firmate Zumba direttamente ai propri allievi.

“Pensammo che queste persone, per 30 dollari al mese, avrebbero potuto avere un concreto sbocco di carriera” – sintetizza efficacemente Perlman la sostanza della loro intuizione.

Nato per divertirsi

Per i loro creatori, Zumba è diverso da tutte le altre discipline perché lo si pratica non per i benefici atletici che ne derivano. Tonificazione e dimagrimento sono soltanto i piacevoli effetti collaterali di un’attività che si intraprende principalmente per divertimento.

Perlman racconta come la disciplina sia un ottimo strumento per stare meglio fisicamente, ma soprattutto emotivamente. “Sappiamo di tante persone che sono uscite dalla depressione grazie a Zumba” – afferma nella sua intervista a Business Insider – “Persone che prendevano il Prozac. […] Se hai un cancro al seno, durante quell”ora di allenamento te ne dimentichi”.

Forte del suo successo mondiale, Zumba sta iniziando a sostenere importanti campagne di interesse sociale come quella intrapresa in America per la lotta all’obesità infantile. “I bambini non vogliono correre, vogliono fare qualcosa di divertente” – sostiene Perlman.

Dress code

Il successo di Zumba è anche il successo di una particolare linea di abbigliamento e di una serie di produzioni discografiche.

L’abbigliamento Zumba è diventato ormai una dichiarazione d’identità dietro alla quale si nasconde la volontà di mostrarsi e giocare con lo stile. Diversamente dai capi scuri e minimalisti usati per lo yoga o altre discipline, l’abbigliamento Zumba è tutta un’esplosione di colori e pattern.

Un successo che è stato replicato nella musica. Quando la compagnia lanciò l’ultimo CD in Europa divenne due volte disco di platino. Tanto che adesso la società è incalzata da discografici e produttori: “La musica è una grande parte del nostro business” – spiega Perlman- “Adesso abbiamo musicisti ed etichette discografiche che vogliono lavorare con noi. Ma non è stato sempre così“.

Il successo


Per molto tempo, infatti, le grandi catene del fitness non hanno voluto tenere corsi di Zumba nelle loro palestre, rifiutando di assumere gli istruttori con il brevetto. Così Zumba è stato praticato nelle piccole palestre e nelle sale da ballo, diffondendosi grazie al passaparola e alla condivisione.

Sulla difficoltà di far accettare una nuova idea di business, Perlman regala una perla nella sua intervista a tutti gli startupper in cerca di considerazione: “Non ascoltare le grandi corporation o i grandi business man, ascolta le persone. Se sai che il tuo prodotto è buono e ai consumatori piace il tuo prodotto, non importa ciò che dicono gli altri.”

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