Eolico marino: l'energia pulita vale il paesaggio?

Un punto sullo stato dell'offshore, l' eolico marino, in Italia ed Europa, una tecnologia pulita ed affidabile ma circondata da scetticismo per gli indubbi impatti paesaggistici

Come reagireste nel vedere un enorme palo metallico ancorato nelle acque basse proprio di fronte la vostra spiaggia? E cambiereste idea sapendo che quel palo, con la sua turbina, produce energia pulita e perenne, abbastanza da far abbandonare i progetti di trivellazione laggiù, dietro la collina con i mandorli in fiore?

Questo è essenzialmente il dubbio dell’eolico marino (conosciuto come “offshore”) italiano, la più controversa forse tra le fonti di energia rinnovabile: accettare una tecnologia pulita che porta forse all’estremo gli impatti paesaggistici dei parchi eolici terrestri.
Ma come procede lo sviluppo dell’eolico marino? Bene, se si guarda a livello internazionale, ed europeo in particolare. In Italia, invece, è ancora fermo… al palo.

Le potenzialità dell’eolico marino

L’eolico marino si basa su tecnologie similari a quelle dei parchi eolici convenzionali: grossi rotori ad asse orizzontale, mediamente più grandi dei loro dirimpettai di collina, e collegati alla rete elettrica. I costi di installazione sono sensibilmente più alti a mare, per i maggiori costi di ancoraggio al fondo marino, e per i cavi elettrici sottomarini.

La profondità del fondale e la distanza dalla costa sono elementi fondamentali per l’economicità e la profittabilità di un progetto di eolico marino: il basso fondale rende più facile ed economico l’ancoraggio, la distanza dalla costa aumenta il costo di installazione iniziale, ma garantisce solitamente venti più forti e regolari, oltre a “nascondere” le grosse pale dagli sguardi della popolazione, in genere molto sensibile all’impatto paesaggistico.

Risultano pertanto ideali i bassi fondali a medie/grandi distanze dalla costa, combinazione molto comune ad esempio nel Nord Europa.

Nel 2011, il mercato mondiale dell’eolico marino è stato di 2,05 miliardi di euro (vs. 1,46 del 2010), per una potenza totale installata di 850 MW. E in Italia?

L’impasse italiana

In Italia la situazione è ferma o quasi, nonostante che sia stato approvato e presentato all’Unione Europea un piano che prevede l’installazione di circa 700 MW elettrici con l’eolico marino (offshore) al 2020. I progetti certamente non mancano, sopratutto quelli in acque basse (10-20 metri) ad una distanza a 3-4 miglia dalla costa, diversi dei quali a buon punto con il processo autorizzativo.

Le potenzialità sono davvero notevoli sopratutto per gli impianti in acque profonde situati a 10-20 miglia dalla costa, basati su piattaforme galleggianti, al punto di raddoppiare la produzione eolica totale, arrivando a pareggiare la produzione da idroelettrico. Notevole sarebbe anche l’impatto occupazionale innescabile dai nuovi impianti: secondo l’European Wind Energy Association il settore creerà 300 mila nuovi posti di lavoro nel settore entro il 2030.

Paesaggio, burocrati ed uccelli migratori

I progetti si scontrano però spesso con la diffidenza e la resistenza delle popolazioni locali, scettiche e timorose per l’impatto paesaggistico. Uno spiraglio in tal senso potrebbe arrivare dai nuovi progetti di parchi eolici “galleggianti” e non più direttamente agganciati al suolo, un pò come già avviene per le piattaforme petrolifere.

Le associazioni ambientaliste hanno spesso posizioni contrastanti sul tema. Emblematico è il caso del parco eolico che dovrebbe sorgere al largo di Tricase. Da Legambiente rilevano che contestare a priori qualunque progetto rischia di minare la credibilità quando si trattera’ di opporsi ai progetti veramente impattanti. Non permettera’ inoltre all’Italia di raggiungere l’autosufficienza energetica e liberarsi dalle vere fonti energetiche inquinanti, petrolio, carbone e nucleare”.

Un altro fattore ostativo è certamente la burocrazia complessa che rende le fasi autorizzative lunghe non invogliando nuovi investitori. La lunghezza dell’iter autorizzativo è mediamente del 40-50% maggiore della media europea. La tedesca Wpd ha già speso 350mila euro per lo studio di impatto ambientale, incluse trivellazioni di 50 metri sui fondali per studiare la stratificazione del terreno ed i risultati di un anno di monitoraggio sul campo dei flussi degli uccelli migratori.

Potenzialità e dubbi convivono in ogni progetto di eolico largo costa. I prossimi mesi ci diranno forse quale sarà il sentimento e l’orientamento che l’Italia vorrà prendere. Non servirà aggiornarsi sui giornali o riviste specializzate: basterà scrutare l’orizzonte del mare con un buon binocolo.

 

Scritto da

Nicola Purrello

Siciliano, consulente di strategia aziendale focalizzato su economia verde, gestione dei rifiuti e finanza aziendale. Laureato in Economia e Finanza presso la Bocconi, ha ... continua

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