Henri Cartier-Bresson e "Il momento decisivo"

Il celebre fotografo francese raccontato in un cortometraggio degli anni '70 tramite i suoi scatti più celebri

Carpe diem, cogli l’attimo, una di quelle locuzioni celebri che ci ricordano costantemente quanto questo spazio di tempo brevissimo, l’attimo per l’appunto, sia di fondamentale importanza. Ma quanti di noi fanno tesoro di questa massima e valorizzano ogni singolo istante?

Oggi parliamo di un grande artista che ha fatto dell’esaltazione dell’attimo la sua ragione di vita: Henri Cartier-Bresson. In un periodo storico in cui la fotografia non era considerata arte ma una mera imitazione della pittura, in cui lo scatto fotografico volutamente sfocato cercava di somigliare al suo alter-ego pittorico, Cartier-Bresson scopriva la capacità del medium fotografico di isolare e conservare un momento della vita altrimenti effimero e transitorio.

Estremamente attratto dalla geometricità e dalla meticolosa matematicità dei pittori rinascimentali, subiva altresì l’influenza del surrealismo e della sua interpretazione dei dettagli nascosti dietro la quotidianità. “La fotografia può fissare l’eternità in un istante”, diceva il fotografo francese.

Cartier-Bresson sosteneva che in fotografia esista un nuovo tipo di plasticità, plasmata dalle linee causate dal soggetto in movimento; tale movimento, però, contiene un momento decisivo in cui gli elementi, nonostante il loro moto, sono in perfetto equilibrio: è questo l’istante che deve essere immortalato dallo scatto fotografico.

Non è dunque un caso che il cortometraggio prodotto nel 1973 da Scholastic Magazines e dal Centro Internazionale di Fotografia si intitoli proprio “Henri Cartier-Bresson: the decisive moment”. Una selezione delle foto più rappresentative di Cartier-Bresson, accompagnate in esclusiva dal commento dell’artista stesso. 18 minuti in cui risulta chiaro come il fotografo francese, dall’aspetto del fotoreporter ma con l’animo surrealista, sia stato uno dei più grandi testimoni del XX secolo, “il Tolstoj della fotografia”, per usare le parole di Richard Avedon.

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