4 cose incredibilmente brutte nel primo spot Facebook

Wieden+Kennedy é rinomata per la sua bravura. Ma ecco 4 brutte note stonate nello spot che ha appena realizzato per Facebook.

Incredibile anche solo pensare che Wieden+Kennedy potesse sbagliare. E farlo su uno dei brand più importanti almeno dell’ultimo decennio, Facebook. Ma andiamo con ordine e partiamo dalle basi. Questo qui sotto é il primo spot nella storia del più grande social network che ha appena sorpassato quota 1 miliardo di utenti.

C’é una tremenda serie di cose che non mi convincono, che suonano strane sotto l’apparente superficie di coerenza di questa pubblicità.

Gli oggetti social

Sedie, campanelli, basketball. Cose che esistono per ricordarci che non siamo soli e per connetterci gli uni con gli altri. E’ una metafora molto astratta, incapace di risuonare emotivamente con chi guarda il video. Che intendo dire? Che vale molto più uno degli spot The Web is What You Make of it (Google) che questo. Anche solo per la capacità di attirarti nella storia, raccontata e vista attraverso gli occhi dell’utente, cioé i tuoi occhi. Qui non c’é storia, solo una sequenza di immagini stereotipate, di stock e già viste. Perché amiamo Facebook e lo usiamo cosi’ tanto nella quotidianità? A questa domanda lo spot non risponde, é quasi come se parlasse di tutto cio’ che Facebook non é. Sicuramente non é un oggetto, non é una cosa. Una sedia non mi chiede a che cosa sto pensando, ogni singola volta che la vedo.

La totale assenza di attività online

Non uno schermo, non un computer, non un cellulare. Solo interazioni vis-à-vis. Perché raffigurare una scena come quella sopra? E’ l’ultimo momento in cui ti verrebbe in mente di usare Facebook (spero!). Non uno schermo, se non in un mezzo secondo: un lettore mp3 usato da due ragazzini, visto da dietro. Questo é uno sforzo creativo troppo grande, un salto vanaglorioso più lungo della gamba per un brand digitale.

Chairs are for people, and that is why chairs are like Facebook

Questa frase é più forzata, tragicomica ed inutile di un Poke. “The Universe, it is vast. And dark”. Ma seriamente? Un brand spesso accusato di essere invasivo forse non dovrebbe usare un tone of voice cosi’ esplicito ed esplicativo a tal punto da tirare tutte le conclusioni al posto dello spettatore.

La scena del ristorante


Se non altro, qui l’esecuzione é perfetta rispetto ai valori del brand. Siamo al ristorante La Popular, tutti hanno la stessa quantità di vino, nessuno mangia piatti diversi, presenti tutte le età. E un registratore di cassa é nella penombra.

Scritto da

Adele Savarese

Editor-in-chief

Nasce a Los Angeles nel 1984, stessa annata dello spot "1984". Va a vivere ad Huntington Beach, detta Surf City USA, ed ogni venerdì va a Disneyland. Si trasferisce a Napoli a 5 ... continua

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