Le migliori leggende metropolitane sui brand

Dalla notte dei tempi, un susseguirsi di bufale e smentite nate a causa della fama di alcuni dei più grandi brand al mondo.

Che siano o meno reali, molto spesso alcune “leggende metropolitane” legate ai brand assumono una valenza culturale e vengono investite di significato proprio. Dato il clamore che possono generare e il conseguente incremento di visibilità, molte aziende hanno ben inteso l’importanza del processo di mitizzazione del proprio brand, d’altronde “purchè se ne parli“, no?

E allora sfatiamoli insieme questi falsi miti legati ad alcuni dei brand più popolari al mondo.

Mountain Dew e lo sterminio degli spermatozoi

In realtà non è stato mai scientificamente provato che l’ingrediente incriminato, lo Yellow 5, abbia la capacità di ridurre il numero di spermatozoi.

Coca-Cola e l’anti-islamismo

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Nel 1886, anno della realizzazione del logo ad Atlanta, era davvero poca la conoscenza della lingua araba.

E così quando il logo Coca-Cola fu tradotto, la scritta avrebbe voluto dire “No Mohammad, No Mecca” per una per una “t” di troppo.

Dell Dude e la Marijuana

Il testimonial della Dell, Benjamin Curtis, è vero che fu arrestato per possesso di marijuana ma contrariamente a quanto si pensi, non fu sostituito a causa del suo reato. La messa in onda degli spot fu interrotta per la realizzazione di una nuova campagna.

Scarpe Vans e la stella di David

Effettivamente la suola delle scarpe Vans riporta una stella a sei punte, ma si tratta solo di design e non, come avanzato provocatoriamente da qualcuno, di antisemitismo (perché appunto si calpesta metaforicamente il simbolo dell’ebraismo).

La morte di John Gilchrist per assunzione di Pop Rocks + Coca-Cola

In questo caso è stato necessario realizzare una campagna pubblicitaria internazionale per spiegare che il ragazzo protagonista dello spot Life non fosse morto, e tanto meno, a causa dell’assunzione in contemporanea di Coca-Cola e Pop Rocks.

Si diffuse infatti la notizia che i Pop Rocks ingeriti con la Coca-Cola, si espandessero nello stomaco fino a farlo esplodere (un po’ come le voci e i video che girano da anni circa l’assunzione di Coca-Cola e Mentos).

La falsa notizia ha ispirato niente poco di meno che i Green Day per il pezzo “Poprocks and coke“.

P&G e i legami con il satanismo

 

L’azienda multinazionale avrebbe dovuto fare i conti con l’accusa di essere fautrice e sostenitrice della chiesa satanica a causa del vecchio logo raffigurante un uomo con 13 stelline.

Le 13 stelline rappresentavano le 13 colonie americane, ma nella visione distorta sarebbero state associate ad un versetto satanico e ad esso sarebbero stati associati le combinazioni “666” ritrovate nella barba dell’uomo.

L’accusa sarebbe stata mossa dal competitor Amway citato successivamente in giudizio.

Liz Claiborne e il rifiuto di disegnare abiti per donne di colore

Spike Lee su Esquire diffuse la notizia secondo la quale la stilista Liz Claiborne si sarebbe rifiutata di disegnare un abito per Oprah tra gli anni 80′ e 90′. La smentita non si fece attendere, e arrivò proprio dallo staff di Oprah che affermò che la stilista non avrebbe mai fatto un’affermazione simile.

Snapple e il Ku Klux Klan

Sulla vecchia bottiglia del prodotto ci sarebbero state delle “k” ad indicare l’appartenenza alla categoria Kosher (prodotti che, in seguito a lunghi  processi di controllo,  possono essere consumati anche dagli esponenti delle  comunità ebraiche e musulmane).

Le “malelingue” avrebbero invece diffuso dei rumors circa l’affinità tra la “K” riportata sulla confezione e le tre “K” del Ku Klux Klan per l’appunto. I rumors costrinsero l’azienda a modificare il packaging della bottiglia.

Adidas e il falso acronimo

Leggenda vuole che Adidas anzichè essere la fusione del nome e cognome di uno dei due fratelli Dassler, sarebbe stato in realtà un acronimo il cui significato è: “All day I dream about sex“.

Made in Usa

Una città giapponese avrebbe cambiato il proprio nome in “Usa” in seguito alla Seconda Guerra Mondiale per poter etichettare i propri prodotti Made in Usa. In realtà la truffa non è stata molto convincente visto che i prodotti devono riportare il paese d’origine e non la città.

Heinz e le “57” varietà

 

Il numero sulla confezione di Heinz Ketchup in realtà non starebbe ad indicare le 57 varietà del prodotto, sarebbe bensì nato dall’unione del numero fortunato per il fondatore, il 5, e quello di sua moglie, il 7.

Tommy Hilfiger e il razzismo

Sulla stessa scia degli eventi legati a Liz Claiborne, anche Tommy Hilfiger fu accusato di razzismo. Il motivo sarebbe stato il rifiuto anche qui, di realizzare abiti per personaggi famosi di colore.

Come nel caso precedente, la stessa Oprah Winfrey smentì la notizia e proprio grazie a lei, il marchio Hilfiger ottenne grazie al suo famoso show una nuova visibilità.

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