Alcune considerazioni sul caso di Beppe Grillo e dei Twitter follower

Francesco Gavatorta
Francesco Gavatorta

Editor Social @Ninja Marketing

La comunicazione politica è uno dei settori più difficili in cui operare: se una strategia viene sviluppata con qualche “falla”, si rischia di ottenere il contrario dell’effetto sperato. In questi giorni stiamo assistendo a un esempio chiaro di quanto il settore sia delicato: stiamo parlando, ovviamente, della discussa ricerca sui followers di Beppe Grillo, realizzata nelle scorse settimane da Marco Camisani Calzolari, che ripresa dai maggiori organi di stampa ha avuto eco nazionale e scatenato un fitto dibattito fra concordi con il noto professore e detrattori della ricerca.

I fatti, intanto: il Prof. Camisani Calzolari pubblica la scorsa settimana un documento in cui si denuncia la presenza massiccia di bot fra i followers di Beppe Grillo. Addirittura, si parla di un 54% sul totale. Il dato è ricavato dall’utilizzo di un algoritmo – spiega Marco Camisani Calzolari – che ha dedotto, attraverso l’utilizzo dell’account di ogni follower, se questi fosse gestito da un umano o da un BOT, come vengono comunemente definiti i falsi profili.

Un terreno in cui Camisani Calzolari si era già avventurato (e che la nostra Alice Mascheroni alias Miruki aveva già illustrato nel post “Followers robot su Twitter? Alcune riflessioni sulla ricerca di Camisani Calzolari”) e che tanto aveva già fatto parlare allora.

La risposta non si è fatta attendere, ed è proprio il comico genovese dalle pagine del suo blog a rispondere, riportando uno studio fatto da Maurizio Benzi che potete ritrovare qui e segnalando come nel curriculum vitae di Marco Camisani Calzolari vi sia anche una seria collaborazione per il noto leader politico Silvio Berlusconi (antitetico per antonomasia allo stesso Beppe Grillo e al suo Movimento 5 Stelle). La discussione è continuata anche su Facebook.

Insomma, un caso intricatissimo che sposa le più avanzate strategie di web marketing alla reputation online, fino ad arrivare alle esigenze elettorali di ogni movimento politico: ma non è su questo che vorremmo concentrarci. In particolare, vogliamo spingerci oltre e capire cosa si può dedurre da tutto ciò.

A volte, abbiamo osservato in questi giorni la mancanza di preparazione per dibattere sulle dinamiche che nascono e crescono nel mondo dei social network: spesso abbiamo letto (e sentito) di followers comprati perché “pubblico chiama pubblico“. Un errore che molte aziende hanno probabilmente compiuto, credendo di operare in ambiti equivalenti al mercato convenzionale della pubblicità, dove dati di traffico elevati equivalevano a un valore in termini economici.

Ebbene, su Twitter (come su Facebook e in generale sui social network) è il contenuto a portare pubblico. Perché il vero valore di un social network è il suo essere orizzontale, fare incontrare hub della comunicazione (un brand, una personalità, un opinion leader) e pubblico facendoli relazionare, e da questo scatenare la dinamica virale di trasmissione del contenuto che amplia il bacino di utenti “all’ascolto”.

Agli occhi di un user vale di più un retweet ben fatto che non la vista di centinaia e centinaia di followers: perché se un account ufficiale è in grado di solo di replicare contenuti già pubblicati altrove, difficilmente diventerà un valore aggiunto per un utente qualsiasi.

In questo senso, Beppe Grillo può essere annoverato fra le eccezioni? Il suo account è di fatto un megafono del blog.

Come per altri personaggi del mondo dello spettacolo e della politica, non è lui a twittare ma uno staff che lavora riprendendo i contenuti del sito istituzionale e che solo nell’ultimo periodo ha cominciato a produrre contenuti “dedicati” al microblogging; la stessa cosa che accade su Facebook, dove sono pochi i post esclusivi per il social network.

La spiegazione, quindi, potrebbe essere un’altra: beppegrillo.it rimane fra i dieci siti più visti d’Italia e fra i cento più influenti del mondo, e non sarebbe fatto strano che abbia “riversato” parte del suo pubblico nella social sfera.

L’utilizzo di Twitter, infatti, soprattutto in Italia è cresciuto molto negli ultimi 18 mesi: non sarebbe strano che molti di quegli utenti che prima fruivano solo di contenuti postati su un solo portale, abbiano scelto di aprire un account su Twitter proprio perché “invitati” da quel tasto posto sotto ogni contenuto prodotto e sentirsi parte di quel processo di trasformazione della società che Grillo descrive come frutto dell’incontro fra cittadini comuni in Internet. E poi, dopo un po’ di tempo e in linea con il comportamento di molti, essersi ‘stancati’ o dimenticati e non aver più badato al social, facendo involontariamente somigliare il loro account Twitter a quello di un BOT.

Twitter in questo senso diventa un approdo e non il punto di partenza per arrivare al contenuto (realizzando quella dinamica centrifuga di cui aveva già parlato il collettivo Wu Ming).

C’è inoltre da segnalare come la polemica scatenata dalla ricerca abbia in qualche modo rafforzato lo stesso Grillo fra il suo pubblico e contribuito a renderlo ancora più antipatico agli occhi sei suoi detrattori: vediamo perché.

Chi lo stimava prima, avrà certamente letto attentamente la ricerca di Camisani Calzolari trovandone gli eventuali limiti. Allo stesso tempo, chi considerava il comico genovese male si sarà accontentato di leggere le cronache riportate sui media convenzionali, dove le informazioni – bisogna sottolinearlo – sono state date spesso in modalità raffazzonata e poco precisa, trascurando appunto tutte le variabili che in questi giorni stanno venendo alla luce grazie al dibattito dei professionisti del settore.

Insomma, questa ricerca si è rivelata per certi versi non un elemento di trasformazione ma di radicalizzazione del pensiero: uno, forse, dei grandi problemi di questo Paese.

La realtà, allargando il discorso e riprendendo un nostro vecchio appello, è che se effettivamente c’è stata compravendita di followers da parte non solo di Beppe Grillo (anche se i fatti sembrano smentire quest’ipotesi) ma anche di altri brand e altre personalità, la scelta migliore sia rivelarlo al mondo, spiegandone le ragioni. Fare outing, insomma. Perché Twitter e in generale i social network non sono come la televisione o la radio, dove il messaggio viene diffuso verso molti senza obbligo di risposta.

Nella social sfera la verità e la produzione di buoni contenuto sono le uniche garanzie per uscire sempre vincitori. Se viene a mancare uno di questi ingredienti, si rischia appunto di ottenere l’effetto inverso a quello sperato.

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