Sita Sing the Blues, un film in Creative Commons

Sita sings the blues, da leggenda del Ramayana a icona della free culture. Un mix di cultura hindu, Bollywood, cartoon, videoclip e musica jazz dei primi anni 30.

I hereby give Sita Sings the Blues to you. [ . . . ] Please distribute, copy, share, archive, and show Sita Sings the Blues. From the shared culture it came, and back into the shared culture it goes.[Nina Paley 2009]

Questa dichiarazione racchiude tutto il senso del lavoro che Nina Paley, artista e regista americana, persegue da diversi anni, esattamente dal 2008, quando presentò al pubblico di tutto il mondo, ovvero sulla rete,  questo film di animazione in 2D che prendeva corpo dal suo vissuto.

Nina vive con il suo compagno e un gatto in un bell’appartamento a  San Francisco, quando un giorno  viene offerto al marito un lavoro a Trivandrum, India. Dopo qualche mese di lontananza Nina decide di raggiungerlo, consapevole del rischio che la distanza comporta per la loro relazione. Una volta in India si rende conto che la relazione è compromessa. Tornata negli Stati Uniti si trasferisce a New York, cambia appartamento e gatto e, cerca conforto tra le parole del Ramayana, uno dei più grandi poemi epici e testo sacro della cultura induista.

Come spesso accade, i momenti di crisi diventano una benedizione, per dirla con Einstein, e l’angoscia per la perdita dell’amore la spingono verso una spirale creativa che darà vita al film.

La trama ripercorre i momenti principali del Ramayana, la storia del principe Rama e della moglie Sita,  ripudiata più volte, e usa gli archetipi hindu per costruire un parallelismo simpatetico con le vicende personali della regista, che descrive il suo film come un “racconto sulla verità, sulla giustizia e il grido di una donna per un trattamento egualitario”.

A rendere immediatamente empatico questo film ci pensano molti ingredienti:  le animazioni che richiamano lo stile dei manoscritti indiani accompagnate dal teatro delle ombre, forma di narrazione  e di intrattenimento spettacolare usata proprio per narrare episodi epici; la disperata Sita, Betty- Boop bollywoodiana che affida le sue parole al repertorio e alla voce di Annette Hanshaw, cantante jazz degli anni Venti; infine gli insert in stile comic-strip della vita della regista. Il tutto “speziato” in un universo sonoro che parte dalla musica tradizionale indiana, passa per il jazz e approda ai remix degni di una compilation del Buddha Bar.

Ma a rendere questo film un “dono” prezioso per il cinema è lo spirito che lo ha prodotto e l’idea che lo sottende, quella di una free culture, libera dai limiti del copyright. Il film è rilasciato con una licenza Creative Commons Attribution Share-Alike 3.0,  è visionabile dal sito, si può decidere di acquistarne una copia in DVD, la colonna sonora o del merchandise. L’artista, dopo quattro anni di vita del film, può oggi testimoniare che una parte del pubblico on line  ha poi acquistato una copia in DVD, il cui 50% degli introiti va direttamente all’artista. L’altra metà va a Questioncopyright.org, un’organizzazione no-profit americana che si batte per l’accesso senza restrizioni  ai contenuti culturali. [per approfondire si legga quest’articolo sul sito del Tribeca e la pagina Wikipedia del film]

Nell’opera di Nina Paley convergono tutte le istanze che attraversano la produzione dei contenuti culturali del nostro tempo, dove sempre più artisti stanno ri-disegnando gli scenari della creazione e della circolazione. L’economia del dono non è un processo univoco, il pubblico gioca un ruolo fondamentale nella diffusione dei contenuti in cui si riconosce, li segnala e li condivide con altri. Gli artisti come Nina Paley credono nella generosità del pubblico, non temono che distribuire il proprio lavoro su internet escluda o comprometta l’uscita in sala del film, anzi la rete diventa un canale complementare e ne rafforza la distribuzione.  E’ esattamente l’opposto di ciò che dichiara l’industria dei media tradizionali.

Nina e Sita non lottano solo per la parità dei diritti delle donne. La sfida è più ampia e riguarda la libertà di creare e di esprimersi, unita alla possibilità di raggiungere vaste porzioni di pubblico.

The old business model of coercion and extortion is failing. New models are emerging, and I’m happy to be part of that” scrive Nina sul suo sito.