Cowbird, un luogo per storyteller digitali

La narrazione calata in un ecosistema digitale e sociale: l'innovatività di Cowbird

Cowbird é l’ultima opera per il web di Jonathan Harris, artista digitale che ha fatto già parlare di sé per altre opere come We feel fine e I want you to want me.

A prima vista si potrebbe dire di trovarsi davanti all’ennesimo social network, ma bastano pochi secondi per capire che Cowbird è altro, è un ambiente narrativo che raccoglie storie da tutto il mondo e le restituisce solo a chi ha veramente voglia di ascoltarle e di leggerle, a chi riconosce il tempo del racconto e dell’ascolto, con le sue pause e i suoi iati.

Cowbird è una comunità di oltre 7000 iscritti, tra cui scrittori e fotografi, dal design pulito ed elegante, in cui sono raccontate storie ed esperienze personali attraverso testi, fotografie, audio. Non c’è spazio per l’istantaneità e per la velocità, in qualche modo è l’anti-social network, come siamo abituati forse a conoscerli e a consumarli.

Ogni storia si apre con una foto a tutto schermo accompagnata da una storia della lunghezza che si desidera. L’esperienza è arricchita dalla possibilità di taggare la storia in molti modi, per luogo, per personaggi protagonisti, per data, per parole chiave.

I metadati sono poi organizzati in modo da visualizzare facilmente quante altre storie sono legate a quella in particolare, in modo da rendere accessibili anche altri racconti.

Tra le mie preferite: Thank you Taliban, la storia di un reporter che chiede alla sua compagna di sposarlo sul tetto di un tank in Afghanistan dopo essere sfuggito ad un agguato mortale.

Due le novità più interessanti, la funzione dello “sprout” e le saghe, esperimenti di narrazione collettiva su uno stesso tema.

Nel primo caso si tratta di creare letteralmente un germoglio, un’ispirazione per altre storie, uno spunto per costruire altre narrazioni per associazioni di idee, emozioni, esperienze.

Le saghe sono invece un bell’esperimento di creazione partecipata, esempi di racconto a più voci di un unico evento, come quella su Occupy con oltre 600 testimonianze o quella inaugurata il giorno di S. Valentino a proposito del primo amore.

Un’altra curiosità è la possibilità di ricercare storie tramite il tasto serendipity, quindi abbandonarsi al caso, lasciarsi guidare alla ricerca di qualcosa di non cercato ed imprevisto, per imbattersi in una piccola perla di un diario intimo.

Harris ha dichiarato che con questo progetto vuole costruire una public library of the human experience. E’ impietoso con i social network come Twitter e Facebook, che definisce in qualche modo responsabili di una certa comunicazione fastfood, al contrario di Cowbird, che vorrebbe soul food.

Su questo punto Harris esagera, senza i precursori contro cui si scaglia forse Cowbird non esisterebbe. Non è solo una questione di sovrapproduzione di informazione quanto anche di iperconsumo dell’informazione stessa, di cui siamo comunque corresponsabili.

Quattro le parole chiave di cui cerca di rovesciare il paradigma, cultura usa e getta, auto-promozione, compressione e curatela, trasformandoli rispettivamente in “vera comunicazione, auto-riflessione, durata prolungata e creazione autentica”.

Il suo scopo non è costruire un nuovo Facebook (a proposito si entra nel network solo tramite invito), ma mettere insieme una comunità di “cantastorie” che attingano a quanto di buono circola sulla rete in questo periodo, ovvero il giornalismo partecipativo, blogger che scrivono contenuti di qualità, comunità di fotografi, artisti o chiunque documenti ciò che lo circonda con profondità, attribuendo valore e significati a parole, immagini, narrazioni.

La dichiarazione d’intenti si riscontra anche nella descrizione che Harris fa della sua creatura degna di un bestiario contemporaneo, uno strano animale mezzo uccello e mezza mucca, veloce e agile come il primo, allo stesso tempo stabile e lento come la seconda. Applicata questa metafora al mondo contemporaneo della comunicazione, gli uccelli sono internet e le mucche le forme di narrazione tradizionale. Cowbird prova ad unire questi due estremi dando vita ad un nuovo modo di raccontare, coniugando la sacralità e la lentezza della mucca, alla gioia e alla voglia di giocare degli uccelli.

Ancora, cowbird è anche un uccellino nordamericano, il molotro, conosciuto per i suoi continui spostamenti e per usare i nidi degli altri nel deporre le uova. “Noi siamo il nido per le tue storie”- scrive Cowbird-”depositale qui e noi ce ne prenderemo cura”.

Di certo non possiamo rimproverare a Harris di non aver dedicato tempo e amore al progetto. Ci sono voluti più di due anni, un periodo quasi di eremitaggio trascorso tra l’Islanda, l’Oregon, il New Mexico, il Vermont e la California, e circa 145.000 righe di codice tra PHP, Javascript e CSS.

Un’ultima nota: la comunità italiana di Cowbird è ancora piccola anche se in crescita. Fatevi invitare, diventate anche voi cantastorie.