Cosa possono insegnare gli imprenditori africani al mondo

Un commento di Bright B.Simons, inventore di mPedigree, sullo Sviluppo e la Sostenibilità dell'economia mondiale sull'esempio degli imprenditori africani.

Il fallimento dello studio sull’imprenditorialità africana ha impoverito la nostra visione globale di imprenditoria.

L’ultima indagine Global Entrepreneurship Monitor, per esempio, ha incluso solo l’Africa sub-sahariana, mettendo inoltre sullo stesso piano economie diverse che andrebbero invece analizzate attraverso strumenti appropriati.

Con il sondaggio dell’attività imprenditoriale 2008-2010, anche la Banca Mondiale aveva osservato che il numero dei fallimenti aziendali sulla scia della crisi finanziaria era di gran lunga più elevato nei Paesi sviluppati che nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, scrollandosi però di dosso la necessità di uno studio più approfondito in merito.

Insomma, l’economia africana corrisponde ad un gap culturale effettivo da parte degli studiosi e delle istituzioni interessate allo Sviluppo dei Paesi.

Se invece si fosse manifestata maggiore sintonia con il carattere unico della formazione aziendale in luoghi come l’Africa, si sarebbero potuti mettere in discussione alcuni assunti fondamentali sulla gestione dei rischi.

Così si esprimeva pochi giorni fa Bright B.Simons sull’Hardvard Business Review in un commento relativo la capacità delle imprese africane di fare scuola al resto del mondo.

Ma facciamo un passo indietro. A parlare è stato un imprenditore diventato noto internazionalmente per aver individuato una soluzione digitale al problema medico-farmaceutico dell’Africa della contraffazione dei medicinali.

Bright B.Simons è infatti l’inventore di mPedigree, il sistema SMS d’autenticazione di shortcode per prodotti farmaceutici e attualmente conduce lo sforzo da parte della società da lui fondata, la Network mPedigree, per implementare questo sistema in tutta l’Africa e in Asia del Sud, visto che la penetrazione di cellulari nella popolazione di questi Paesi, che manifestano l’identico problema, è tanto alta da permettere lo sviluppo del progetto.

L’OMS stima che fino al 30% dei farmaci potrebbe portare alle crisi sanitarie che i farmaci contraffatti spesso scatenano, così mPedigree sostiene lo sviluppo di strategie atte a combattere la contraffazione dei prodotti farmaceutici. Lavorando con i fornitori di tecnologie di tutto il mondo, ha lo scopo di portare sollievo ai pazienti a rischio nei Paesi in via di sviluppo, che sono i maggiormente esposti alle crisi.

Inutile dire che il risultato maggiore per la società africana riguarda l’impatto di startup come questa, sia per l’ecosistema economico sia per la cultura imprenditoriale nel complesso, dentro e fuori i suoi territori.

Non è infatti un caso se leggiamo spesso titoli come “La rivoluzione digitale parte dall’Africa“.

Arriviamo perciò al dunque.
Di seguito vi proponiamo uno schema ispirato proprio dalla riflessione di Bright B.Simons, cercando di rispondere alla domanda: cosa possiamo imparare dagli imprenditori africani?

La rivoluzione parte dall’Africa: due idee

Ci sono caratteristiche peculiari dell’imprenditoria africana che si possono considerare rilevanti ai fini dei grandi dibattiti internazionali sullo Sviluppo e la Sostenibilità.

Attraverso un database impressionante di imprenditori, piccole aziende e startup africane orientate all’innovazione, Simons è riuscito a determinare due caratteristiche importanti dell’imprenditoria africana: l’iper-imprenditorialità e la diversificazione in eccesso.

L’iper-imprenditorialità

Nello stile africano iper-imprenditorialità e diversificazione in eccesso sono due variabili molto diverse dai modelli standard di successo commerciale che prevalgono in Occidente, così all’inizio sembrava naturale considerarle negativamente. Ma il vero problema del ragionamento era il presupposto logico: poiché il decollo dell’economia africana è stata più lenta di quanto previsto -il continente cresce del 5% annuo, anziché del 10% manifestato negli ultimi anni da Cina e India- l’ intuizione è stata quella di considerare allora il tasso di turnover del personale.

Così si è visto che i dipendendi di molte aziende mostrano una propensione molto maggiore, rispetto ai loro colleghi occidentali, a lasciare il loro attuale posto di lavoro per avviare un’attività in proprio.

Il grave deficit in followership in Africa è perciò qualitativo, perché corrisponde ad una significava carenza di talento manageriale, vitale per lo sviluppo d’impresa, non di risorse imprenditoriali.

In Africa poi è più facile che si investa in capitale sociale ed umano piuttosto che si generi mero capitale finanziario, com’è consuetudine in Occidente. Ciò avviene perché molti lavoratori africani non sono nelle condizioni di non poter risparmiare abbastanza ed, in alternativa, costruiscono fiducia e contatti, che nell’economia informale sono validi tanto quanto al denaro.
In Occidente questo stesso vantaggio, se si può cumulare con la stessa facilità, vale comunque molto meno.

La diversificazione in eccesso

La tendenza verso ciò che è qualificabile invece come diversificazione in eccesso riguarda un altro dato molto interessante.

I miei colleghi ed io siamo rimasti storditi scoprendo quante imprese concorrenti coesistano insieme: un singolo imprenditore possiede e gestisce in Africa in media fino a sei imprese. Un famoso imprenditore specializzato in servizi dedicati ai rifiuti ha avuto addirittura 66 aziende diverse! “Questo é pazzo” abbiamo pensato inizialmente. Conclusioni che si sono rivelate affrettate.

La diversificazione in “eccesso” è infatti un atteggiamento economico razionale, visto dalla giusta prospettiva. Un unico proprietario d’impresa in Africa svolge praticamente tutti i ruoli, dalla ricerca di soluzioni fiscali adeguate ai vari progetti alla formazione manageriale, fino a tutte le altre funzioni professionali che in Occidente vengono esercitate attraverso diversi -e non necessariamente superiori- mezzi, tra cui l’assunzione di costosi commercialisti, avvocati e consulenti in grado di dare risposte alle esigenze dell’impresa.

In questo modo gli imprenditori provano ad assicurarsi maggiori probabilità di avere successo anche concentrandosi su imprese “minori”, cioè non scalabili, affiancandole a progetti più ambiziosi in modo che ne facciano da leva.

Strutture economiche a confronto

Ancora una volta le caratteristiche tra la struttura dell’economia africana rispetto a quella occidentale fa una grande differenza per l’accezione di imprenditoria e sviluppo economico globale. Ma ci sono altre riflessioni da aggiungere.

1) Quando le risorse a disposizione si confrontano con un minor numero di autorità e regolamentazioni fiscali, si generano maggiori opportunità d’impresa per tutti.
Quando invece le aziende fanno accordi complessi per razionalizzare le loro spese fiscali, i costi nel complesso salgono anziché diminuire.

2) L’aumento dell’inflazione tende a scoraggiare alcuni tipi di investimenti di capitali all’interno di una singola organizzazione, ma favorisce il “parcheggio” del contante in filiali commerciali. Per questo stesso motivo, anche aziende “ortodosse” come le banche -che non sono punti vendita locali di multinazionali- mantengono una vasta gamma di società controllate che, considerando le loro dimensioni (fino a poco tempo fa, molte banche sfioravano una capitalizzazione di 40 milioni di dollari), sembra sconcertante.

3) In un certo senso, gli imprenditori africani preferiscono interagire con ecosistemi profittevoli piuttosto che detenere unità di business. Questi ecosistemi infatti interagiscono con altri ecosistemi in un modo culturalmente elaborato in grado di produrre estrema robustezza, resistenza e flessibilità.

L’epifania è arrivata come un fulmine. Ecco perché il mancato studio dell’imprenditorialità africana è da reputare un fallimento e impoverisce la nostra visione globale di sviluppo e di impresa.

Alla luce di queste considerazioni, l’economia globale a confronto si è dimostrata molto pigra, lottando contro fin troppe imitazioni di prodotti e servizi da parte di imprese ed agenzie, generando bolle speculative.
Cioè generando margini di profitto bassi, salari bassi, crescita stentata, numero di manager, imprenditori e investitori in migrazione verso nuove aree, andando a provocare uno scarso rendimento economico complessivo.

Al contrario, apprezzo profondamente la mentalità imprenditoriale africana. Credo che non solo possa spingere in avanti l’Africa nella sua ricerca per lo sviluppo olistico, ma che sia in grado di indicare linee di gestione innovativa per le imprese e lo Sviluppo di tutto il mondo.

Credits immagini usate nell’articolo: www.thinkstockphotos.it

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