I Social Network sotto la lente d'ingrandimento dell'FBI

Cambiamenti radicali in materia di privacy on-line!

Nonostante il freddo polare  che si sta abbattendo sul Vecchio Continente, in rete  il clima è torrido.

Le proteste scatenate dopo la chiusura di Megaupload e Megavideocon Kim Dotcom  ancora dietro le sbarre a rischio di 50 anni di reclusione, si sono moltiplicate in rete fino ad arrivare al gruppo degli Anonymous che promettono rivendicazioni. Kim è per molti un eroe della libertà di condivisione, per altri un furbo criminale che ha favorito la pirateria. Qualunque sia la vostra idea, questi fatti denotano alcuni cambiamenti radicali per quanto riguarda Internet.

L’FBI ha infatti dichiarato la volontà di avviare un nuovo piano di monitoraggio delle reti sociali, creando un sistema di preallarme per le possibili minacce degli Stati Uniti. Ciò è stato reso pubblico tramite un bando di partecipazione con scadenza 10 Febbraio, in cui si richiede ad aziende esterne di sviluppare un  programma che faciliti il lavoro del Bureau americano: analisi dei movimenti dei sospettati, creazione di modelli di vita basati su registri delle routine, operazioni di analisi vulnerabilità e monitoraggio di possibili manovre.

In seguito a  quest’azione il popolo degli internauti ha cominciato a storcere il mouseJennifer Lynch della Electronic Frontier Foundation si è mostrata per esempio preoccupata per quanto riguarda la libertà di parola negli Usa. Questo apre la grandissima parentesi sull’argomento Privacy, e l’FBI risponde dicendo che passeranno sotto la lente d’ingrandimento solamente i dati relativi a profili aperti.

In quali errori di ricerca potranno incorrere i detective federali? Qualcuno potrebbe trovarsi inaspettatamente sotto la lente per aver detto qualche parola di troppo. Come quella volta in cui il consulente informatico pakistano Sohiaib Athar decise di twittare  le sue imprecazioni verso gli elicotteri militari che a sua insaputa stavano dando la caccia a Bin Laden, trovandosi in men che non si dica sotto gli occhi di tutti. Immaginatevi un “Quando ti vedo ti uccido! @pincopallino”  oppure “Ragazzi ho una notizia #bomba!” e tac eccovi nella lista dell’FBI.

Ovviamente stiamo varcando i limiti del paradosso, ma non c’è da stupirsi se gli utenti sentano minacciata la propria libertà d’espressione. Secondo la Lynch molti di questi postano contenuti sui social network affinché possano leggerli amici e follower, e ciò aiuta le persone stesse a sentirsi libere. Al contrario di quanto possa accadere sapendo che qualcuno al di fuori del circolo di contatti possa leggere ciò di cui si sta parlando.

Violazione della privacy o non violazione della privacy? Questo è il problema!  A tal riguardo ricordiamo che anche Google sta procedendo al cambiamento della propria normativa, che diventerà ufficiale dal 1° Marzo 2012.

Nel frattempo l’Unione Europea si accinge a delineare le nuovi disposizioni  in tema di protezione dei dati personali di cui si occupa il commissario per la Giustizia Viviane Reding, incentrando la manovra su due punti cardine: comunicare velocemente la sottrazione di dati sensibili e il diritto all’oblio.

Immaginatevi una gerarchia mediatica che controlla qualsiasi flusso d’informazione: stiamo parlando dei Big Media, studi cinematografici e compagnie di registrazione (Virgin, Mtv, Pixar, MGM, ecc.) che fanno a capo a 6 studi holliwoodiano (NBC, Time Warner, Fox, CBS, Sony Pictures, Disney) al di sopra dei quali vi sono 4 etichette major (Universal, EMI, WB, Sony BMG) che a loro volta sono possedute da compagnie ancora più grandi (Disney, Time Warner, Viacom, BMG, General Electric) che controllano il 90% dell’ordine mediatico degli Usa. Tutte queste sono rappresentate da due lobbies come la  Recording industry association of America (RIAA) e la Motion Picture Association of America.

Per avere uno spunto di riflessione vi proponiamo il seguente video che riproduce un documentario contemporaneo:  ‘Rip! A remix manifesto‘. Diretto da Brett Gaylor e che delinea una cultura  del public domain, contrapposta a quella del copyright. 

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Che dire? Miei cari Watson(s), la faccenda è tutt’altro che elementare

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