La Social TV nel 2011: semplice dispositivo marketing o nuova esperienza televisiva?

Come sottolineato nel post ‘Social TV e Tv 2.0: casi, tendenze e trasformazioni”, fin dall’origine della radiotelevisione il suo consumo è stato social. Famiglie si ritrovavano ad ascoltare riunite la radio; amici, conoscenti e sconosciuti si riunivano al bar per vedere una partita di calcio o uno show. E nonostante ciò “Social TV” è stata una delle buzzwords dell’anno 2011. Ma a conti fatti, cosa di nuovo ci porta la social TV?

All’incrocio tra social networks, televisione e video online, la social TV permette agli attori del panorama televisivo di prendere un posizionamento cool e da innovatori rispetto alle tendenze che oggi stanno trasformando il consumo di media digitali, in particolari quelle appunto che dipendono dalla creazione di comunità e dalla diffusione pervasiva del social network. Ma la social TV è veramente capace di proporre delle nuove esperienze audiovisive o resta troppo spesso limitata all’aggregazione di conversazioni online sui contenuti televisivi?

Da Twitter alle chat rooms

Il livello di base della social TV è quello degli strumenti – app, siti o simili – che permettono di seguire le discussioni sui social networks. E’ così che troviamo una pletora di twitter trackers, siti di buzz visualisation, applicazioni watch and chat, etc. etc. Queste applicazioni non ci sembra che aggiungano granché all’esperienza televisiva.

Prendiamo l’app iPhone Watch and Tweet sviluppata dall’emittente Americana The CW. Si limita ad aggregare i flussi Twitter del canale, dei personaggi dei suoi show e dei telespettatori. Ma quale è il legame profondo a livello esperienziale tra l’applicazione e la TV? Forse la parola “watch”…

Questi strumenti riposizionano su internet o su piattaforme mobili una forma di discussione che esiste da sempre e che corrisponde grosso modo a degli amici che parlano di un contenuto a schermo mentre lo guardano da un divano. Si tratta di una logica televisiva primordiale, non affatto innovativa. D’altronde questa forma di social TV è dichiaratamente creata per ripristinare questo modo di consumo: canali e produttori di contenuti tentano in questo modo di ricreare dei “momenti condivisi” di consumo, all’era della perdita di pertinenza della griglia televisiva. Insomma Social TV, ma niente di nuovo qui.

Cambiando piattaforma, e passando ad esempio a Facebook, l’esperienza resta la stessa. Se prendiamo ad esempio le forme di Social VOD come quelle sviluppate da TF1 in Francia o da Warner Bros negli States, ancora una volta queste applicazioni sono soprattutto VOD e social solo nella misura in cui includono una live chat.

E proprio a proposito di chat, tutte queste applicazioni, social VOD, o twitter trackers, dal punto di vista della natura profonda delle interazioni sociali, sono estremamente simili alle chat rooms degli anni ’90. Delle persone si ritrovano online per parlare di un interesse comune. Non ci stupisce quindi che già per Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, “social media” e “web 2.0” non sono che delle definizioni recenti per qualificare un’esperienza sociale mediata dal web che esiste dalla sua origine. Lo stesso si può dire per queste forme di Social TV.

Il caso più flagrante è l’application di social viewing frutto di una partnership Sky e XBOX360 in Gran Bretagna, che usa degli avatar virtuali per mettere in scena il consumo TV più tradizionale da sempre: tutti insieme di fronte ad uno schermo (virtuale).

Cool? Lasciamo il giudizio al commento lapidario di uno spettatore all’articolo del giornale The Guardian che recensiva la trovata pirotecnica di Sky/Microsoft:

“Fantastico, mi propongono di pagare di più per vedere gli stessi canali ai quali sono già abbonato, sulla stessa televisione, con degli amici su un divano virtuale? A sto punto invito dei veri amici sul mio vero divano, o me ne vado a vedere la partita al pub, o ancora più semplicemente uso una chat tipo skype. Penso proprio che passo il turno.”

Il ritorno del DVD

Poi ci sono le social TV / DVD, che invece di limitarsi a aggregare delle conversazioni aggiungono anche dei piccoli extra. E quindi ecco una profusione di making of, backstage, interviews, blogs dei protagonisti, foto, quiz, sondaggi e giochi. Benvenuti nell’universo del second screen, ciò che va consumato mentre sto consumando alla televisione.

Un esempio del genere è l’applicazione USA Anywhere di USA networks. Come molti altri dispositivi, permette una elegante navigazione tra tweet ce commenti vari aggiungendo in più qualche contenuto speciale.

Purtroppo questa logica di valorizzazione del contenuto audiovisivo non è una novità e ancora una volta la ritroviamo nella social TV in quanto “riciclata” da un altro supporto: il DVD, che da sempre aggiunge contenuti speciali su un supporto secondario. Poter “twittare” o dire “mi piace” è abbastanza per parlare di innovazione nelle pratiche di consumo televisivo?

I contenuti editoriali: vero valore aggiunto

Poche sono le applicazioni che riescono ad affrancarsi dall’esistente e ad usare le nuove tecnologie e i social media per fare qualcosa di nuovo e di inedito. Si tratta di sforzi più importanti ed organici che vedono i canali e i produttori lavorare per usare in maniera coordinata le diverse piattaforme proponendo contenuti dedicati. Gli esempi più significativi sono le applicazioni di Social TV sincronizzate con la messa in onda e consumate simultaneamente, come la Dexter Experience di Miso.

La chiave di volta è il controllo del flusso dei contenuti che non è prodotto né gestito dal telespettatore ma è gestito a monte. Paradossalmente è così che la social TV si esprime nelle sue forme più innovative, privando in parte gli utenti del loro controllo sul contenuto… una logica molto old school che però ci mostra quanto a) il potenziale della social TV sia ancora largamente inespresso, b) gli utenti da soli faticano a esprimersi in modo da valorizzare i contenuti, ma che ad oggi ancora, sono i professionisti del contenuto che hanno i mezzi per creare esperienze innovative e soprattutto che c. vecchie e nuove logiche mediali si incrociano e confrontano costantemente. Il risultato è un mix di vecchio e nuovo che non sempre ci soddisfa e del quale a volte è difficile dare una lettura distaccata e non semplicemente entusiasta.

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