Frankestein Garage. Where amazing happens!

Nasce a Milano il Frankestein Garage un luogo dove è possibile realizzare qualsiasi cosa, o quasi.

E’ strano. L’intervista ai ragazzi del Frankestein Garage è stata diversa. E’ stata più di una semplice intervista. Mi è sembrato come andare ad un concerto jazz dove tu, unico spettatore, esprimi i tuoi desideri, scegli i tuoi pezzi preferiti e loro, nel perfetto e imprevedibile stile di una jam session, interepretano in maniera eccellente ciò che tu hai desiderato ascoltare. Il Frankestein Garage nasce a Milano da 3 ragazzi con una estrazione professionale simile e con un affiatamento fuori dal comune (e voi lettori potete verificarlo dal modo in cui si alternano nel rispondere ad alcune incalzanti domande). Che cos’è, a cosa serve e come funziona il Frankestein Garage ce lo hanno spiegato ampiamente i fondatori nell’intervista che segue. Per ora ci basta sapere che il progetto nasce nell’alveo dei FabLab del Mit (si, il famoso Massachusetts Institute of Technology) ovvero una rete globale di laboratori locali nati per stimolare l’inventiva, fornendo l’accesso a strumenti per la fabbricazione digitale. Luoghi dove poter sprigionare tutta la propria creatività, luoghi dove si accorcia la distanza tra ideazione e creazione, luoghi dove la condivisione dei saperi permette di costruire cose che non avresti mai pensato di essere in grado di fare. Frankestein Garage is a places where amazing happens

Il Team

Alessandro Graps attualmente ricopre la mansione di consulente informatico presso diverse realtà tecnologiche occupandosi di progettazione e realizzazione di applicazioni per dispositivi mobile e tattili (Surface, vetrine interattive, Android e IPhone). Agile developer ed innovatore, utilizza con successo metodologie  Scrum e  di  Extreme  Programming  combinate  con  la  pratica  del  pensiero  laterale.  Si interessa di gestione aziendale e di business.

Andrea Maietta è responsabile di un piccolo team di sviluppo con esperienza di analisi, pianificazione, progettazione e implementazione di applicazioni a livello enterprise. Convinto sostenitore dei metodi agili per la gestione dei progetti e dello sviluppo software, è co­fondatore di un progetto di bootstrap di nome Aeolian  assieme  a  Paolo  Aliverti.  Si  interessa  di  gestione  di  processi,  business  modeling  e comunicazione. Giocatore di rugby per 15 anni, rugbysta per sempre.

Paolo Aliverti ­ attualmente lavora come Project Manager e si occupa di progetti software in ambito web (j2ee) e mobile (Windows ed Android). E’ co­fondatore di un progetto di bootstrap di nome Aeolian assieme  ad  Andrea  Maietta.  Pur  non  avendo  nessuna  ‘certificazione  ufficiale’  si  interessa  di management  e  business.  E’  un  seguace  delle  scuole  di  Customer  Development  di  Steve  Blank.  Si interessa di elettronica dall’età di 10 anni.

La Genesi

1. Perchè avete deciso di fondare il Frankestein Garage?

PA: E’ nato tutto per scherzo, fantasticando di fronte alla macchinetta del caffè. Alessandro mi raccontava del suo desiderio di aprire un laboratorio in cui inventare e costruire gli oggetti più diversi. Allora ci si è accesa una lampadina. Nel 2006 avevo letto il libro FAB di Neil Gershenfeld,  fondatore del primo FabLab, e la cosa aveva parecchio emozionato anche me.

AG: Nel laboratorio volevamo sperimentare nuovi metodi di lavoro, nuove forme e nuovi materiali, oppure provare a utilizzare gli oggetti in maniera diversa, più “agile”.

PA: Poi, invece che continuare a fantasticare, abbiamo iniziato a far accadere la cosa. Il giorno stesso ho chiamato subito Andrea, con cui da tempo stavamo cercando di applicare le teorie di Steve Blank…

AM: …e naturalmente non potevo che entusiasmarmi all’idea: negli anni avrei voluto costruire un milione di cose senza sapere come, ed ecco che potevo non solo farlo, ma anche aiutare gli altri a fare lo stesso. Ma l’esigenza era solo nostra? Se ci pensiamo è assurdo che nella città del design non esistesse ancora un laboratorio per la fabbricazione personale…

PA: Infatti FrankensteinGarage è un FabLab: un laboratorio nato per stimolare l’inventiva, in cui si possono trovare macchine per la fabbricazione digitale (e non) con cui costruire (quasi) ogni cosa, dalla bicicletta fatta con materiale plastico, alla rete a maglia con cui il pastore norvegese riesce a ritrovare le pecore alla fine della stagione del pascolo, al sistema con cui grazie all’energia solare il contadino africano pompa l’acqua dal pozzo del villaggio.

AM: Però dovevamo capire come contestualizzarlo, renderlo interessante e accessibile dall’inizio anche al meno esperto.

AG: Per questo abbiamo cercato un materiale flessibile, semplice e veloce da utilizzare per gli studi di fattibilità e la prototipazione, un materiale che fosse conosciuto da tutti. E i mattoncini LEGO, tanto amati da giovani e meno giovani, rispondevano perfettamente a tutti questi requisiti. Oltre ad essere un gioco didattico utile durante la crescita, sono anche uno strumento versatile che si adatta a moltissime esigenze. Inoltre è anche un modo per lavorare ed imparare divertendosi, regola fondamentale del nostro laboratorio.

AM: In realtà dovrebbe essere una regola fondamentale in ogni ambiente di lavoro, ma spesso purtroppo non si è così fortunati.

PA: Inoltre eravamo stanchi di sentire che in Italia non si può cambiare nulla. Nel mio taccuino ho appuntato una frease di Andy Warhol: “They always say time changes things, but you actually have to change them yourself”…

AM: e siccome, per proseguire con le citazioni, “time may change me, but I can’t change time” non abbiamo perso tempo e ci siamo messi subito all’opera.

PA: Sento parecchi ragazzi che non sono contenti di come stanno le cose o di quello che fanno: bisogna iniziare e provare a cambiare le cose invece che subirle o fuggire.

AG: In effetti purtroppo  in Italia è difficile essere presi seriamente, sapere con chi parlare per riuscire a concretizzare le proprie idee e realizzare i propri progetti. Ma possiamo cambiare le cose. Noi vogliamo offrire a tutti la possibilità di incontrare altre persone che come noi hanno voglia di fare e di costruire qualcosa qui, nella nostra città.

I Valori

2. Potete spiegare ai nostri lettori quali sono i valori su cui si fonda un FabLAb?

AM: Intanto non posso non ricordare che il termine FabLab viene anche usato come abbreviazione di Fabulous Laboratory, laboratorio favoloso, proprio per la possibilità di realizzare quasi tutto quello che si desidera. Il “quasi” è legato da un lato ai limiti degli strumenti e dai materiali impiegati, dall’altro a una serie di valori condivisi, appunto, con tutti gli altri FabLab.

PA: Infatti i FabLab appartengono ad una rete mondiale coordinata dal MIT…

AM: …e noi siamo i primi e unici in Italia a farne parte, almeno per ora…

PA: …che condivide uno statuto comune. La cosa più importante che si vuole ottenere è l’accesso al sapere da parte di tutti grazie alla condivisione.

AM: Infatti l’accesso al sapere è sempre stato appannaggio di pochi, anche nelle università la cultura si è sempre fatta nei chiostri e non nelle aule. Noi vogliamo che tutto questo cambi.

AG: Siamo ormai in un mondo individualista, dove le persone sono gelose del proprio sapere e la condivisione è una cosa molto rara, specialmente nel mondo lavorativo. In un FabLab invece tutti sono sia allievi sia maestri, imparano dagli altri e insegnano loro quello che sanno. Questo tipo di interazione permette anche che si imparino insieme cose che nessuno dei partecipanti prima sapeva.

PA: Esatto. Al FabLab tutti possono entrare e realizzare quello che desiderano, purché non sia offensivo.

AM: Noi non vogliamo neanche oggetti inquinanti né armi di alcun tipo, se non quelle finte da usare ad esempio come oggetti di scena. L’unica arma che costituisce un’eccezione a questa regola è la spada laser.

PA: Si impara ad usare le macchine e ci si aiuta a vicenda. In più noi forniremo servizi per stimolare l’inventiva e la fantasia: sono anni che ci studiamo Munari, DeBono, Edwards…

AM: Naturalmente entrare in un FabLab significa anche accettarne le regole: non è un negozio dove si comprano oggetti, ma un laboratorio di cui ogni utente è responsabile della propria sicurezza, di quella delle altre persone e delle macchine. Inoltre vale la regola del buon boy scout, che anche ogni buon programmatore conosce: lascia ogni cosa in una situazione migliore di come l’hai trovata.

AG: Non dimentichiamo che il FabLab, oltre a essere uno spazio per la fabbricazione personale, può anche essere la base per attività commerciali. Non è raro che il caso di giovani che non riuscivano a trovare un lavoro e che se lo sono inventato a partire dai FabLab sparsi in giro per il mondo. Naturalmente queste attività non devono intralciare le normali attività istituzionali e l’accesso al laboratorio per tutti. E’ inoltre buona norma che i vantaggi di tali attività vengano condivisi con tutte le persone che hanno contribuito alla loro riuscita.

AM: in più noi siamo molto attenti all’aspetto dell’ecosostenibilità, quindi ogni volta che possiamo utilizziamo materiali recuperati e li ricicliamo, dando loro una nuova vita. Oltretutto questo concorre anche alla sostenibilità finanziaria, che è un altro degli obiettivi di un FabLab.

Le Prospettive

3. Elettronica e informatica spariscono. La miniaturizzazione dell’elettronica rende possibile nuove interazioni. Non è necessario utilizzare mouse, tastiere e monitor. L’uomo interagisce naturalmente con nuovi paradigmi. Il computer sparisce e lascia spazio all’uomo. Usiamo metodi anticonvenzionali: i mattoncini LEGO. Ora, fermo restando la carica rivoluzionaria delle affermazioni di cui sopra, potreste spiegare ai nostri lettori come è possibile prototipare un aspirapolvere solo con i LEGO?

AM: Penso che saremmo tutti stupiti, noi compresi, di quello che è possibile fare solo con i mattoncini LEGO, basta andare a vedere le creazioni di Yoshihito Isogawa per rendersene conto. Detto questo, non è che utilizziamo indistintamente il LEGO per ogni cosa che facciamo. L’idea è quella di cercare di usare sempre lo strumento adatto al lavoro che si sta svolgendo, perché è vero che si può usare la punta di una sega per togliere una vite, ma forse non è lo strumento migliore per farlo. In un FabLab si può trovare un vasto campionario di attrezzi e macchine, e nel Frankenstein Garage anche di mattoncini LEGO, in modo da scegliere di volta in volta ciò che meglio si presta a soddisfare le nostre esigenze. D’altra parte è la stessa cosa che succede per le persone, altrimenti non si farebbero mille colloqui prima di assumere qualcuno. Si cerca sempre la persona più adatta al lavoro, e ciascuno ha le sue caratteristiche peculiari: francamente non mi ci vedo in calzamaglia aderente a ballare il lago dei cigni…

PA: Per rispondere alla tua domanda vorrei chiarire come affronteremmo il problema. E’ chiaro che non costruitrei mai un intero prototipo di aspirapolvere in LEGO (anche se qualcuno lo ha già fatto, ad esempio quello realizzato da Dave Astolfo si chiama Pulito ed è basato su Mindstorm). Al FG il LEGO interviene per sviscerare le meccaniche del dispositivo, gli azionamenti ed eventualmente il design. Sul nostro blog trovi un esempio di quello di cui ti sto parlando: una sedia pieghevole realizzata con i mattoncini. Abbiamo scelto la sedia perché è l’Hello World per un designer. Sono molti i designer e gli architetti che hanno nel loro curriculum una sedia. Cito qualche nome: Henry LLoyd Wright, Le Corbusier…

AG: Costruire un prototipo ha dei costi fissi molto alti. Questo molte volte è causa dell’abbandono o della “chiusura nel cassetto” di idee o sogni. Questo problema può essere risolto semplicemente con uno studio di fattibilità, per vedere se l’idea sta in piedi ed eventualmente migliorarla. Per fare tutto questo abbiamo bisogno di un materiale semplice, veloce e versatile: cosa meglio del LEGO può esserlo? Il LEGO dispone di tutti i meccanismi, ingranaggi e mattoncini necessari per creare un pezzo funzionante della nostra idea.

4. Ritorniamo alla carica rivoluzionaria del progetto in sè. Vorrei chiedervi, se ognuno di noi diventasse in grado di costruire un oggetto perfettamente funzionante e perfettamente corrispondente alle proprie esigenze, e quindi ai propri bisogni, cosa accadrebbe all’attuale sistema di sviluppo economico? Ovvero è possibile affermare che la diffusione di un tale movimento mina le basi della produzione industriale, delle economie di scala e del sistema capitalistico più in generale?

AM: Un economista potrebbe rispondere a questa domanda molto meglio di me; la mia idea è che le potenzialità insite nella fabbricazione personale possono aiutare le persone a dire basta al consumismo sfrenato con il quale siamo bombardati dai media fin da piccoli secondo il ben noto principio del gutta cavat lapidem. A un certo punto, e questo purtroppo accade fin troppo presto nella nostra vita, sembra che non possiamo fare a meno di cambiare cellulare ogni sei mesi: tutto ciò a mio modo di vedere è sbagliato, ma questa è una questione di mentalità, ed è indipendente dalla fabbricazione personale.

PA: E’ che siamo tutti fissati con il PIL, che deve aumentare a tutti i costi. E’ la preoccupazione di tutti i governi. Il punto è che il PIL cresce anche a fronte di fatti spiacevoli come guerre ed incidenti automobilistici: fatti non molto auspicabili. Già Kennedy negli anni 60 si era accorto di questa aberrazione: “Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.”

AM: I nostri nonni riparavano le cose, se si rompeva qualcosa si aggiustava o si riutilizzava per fare altro. Lo sviluppo economico si può verificare se le persone hanno i soldi da spendere, ma deve essere una situazione sostenibile.

PA: siamo arrivati al punto che gli oggetti sono progettati per durare poco tempo. Sono programmati per rompersi.

AM: E la durata delle garanzie è calcolata da esperti di statistica. Infatti le cose mediamente si rompono appena la garanzia scade. Non è sfortuna, è come si vuole che sia.

PA: E questo non fa che aumentare il PIL! Mi pare assurdo che un sistema debba contare su un suo effetto secondario per poter prosperare! E’ come sfruttare un cheat in un videogame. Se misuro il sistema in questo modo e so che se gli oggetti che produco durano poco e che quindi ci sarà più crescita, allora per prosperare continuerò a produrre oggetti sempre più deperibili. Per questo amo credere nella decrescita (Serge Latouche) e nel tornare a fare le cose come una volta, onestamente. Oggetti durevoli e riparabili, prodotti da un sistema più sostenibile.

AM: Comunque non prevedo che né a breve né a medio termine saremo in grado di fabbricare tutto quello che ci serve in modo autonomo. La fabbricazione personale comunque non deve essere necessariamente vista come una minaccia all’economia e alla produzione industriale, perché spesso ne è un complemento: non è detto che io voglia costruire qualcosa completamente da zero, ma potrei voler acquistare un qualcosa di già pronto e “customizzarlo” secondo le mie esigenze. Potrei volere un volante per una gaming console e portare le marce al volante invece che tenerle in una leva a parte. Potrei voler trasformare il mio computer in un oggetto d’arte in stile steampunk. Potrei voler incidere il logo del Frankenstein Garage sulle ante degli armadi del mio box. Da qui il nostro motto: “your things, reborn”. Le possibilità sono infinite, e non incidono minimamente sull’attuale meccanismo di produzione. Al contrario, la fabbricazione personale può aprire la strada a una serie di servizi di tipo “aftermarket”: non sarò certo l’unico a volere le marce al volante, quindi potrei offrire un servizio di personalizzazione a chi non è in grado (o non è interessato) ad effettuare le modifiche personalmente. Non è niente di nuovo, alla fine stiamo parlando di quello che è il main revenue stream di una qualsiasi officina che si occupi di tuning, ma con una richiesta di investimento iniziale molto minore.

Il movimento e le sue potenzialità

5. Quanto il movimento del FabLab è diffuso nel mondo? Quali miglioramenti ha apportato alla vita della persone e se esistono quali sono i limiti alla sua diffusione capillare?

AM: Il movimento è molto diffuso negli Stati Uniti, dove ha avuto origine, e in Europa, ma non mancano laboratori in altre parti del mondo. Però siamo ancora agli inizi, la fabbricazione personale non è ancora abbastanza diffusa. Per assurdo lo era una volta, quando i nostri nonni e i loro nonni prima di loro si facevano tutte le cose da soli, anche se senza le macchine sofisticate che abbiamo a disposizione oggi, e con tempi molto più lunghi. Non vorrei tornare agli estremi de “La casa nella prateria”, ma secondo me avevano ragione loro…

PA: e così torniamo a Latouche! Il movimento ha creato molte opportunità con valenza sociale. Sono stati aperti laboratori in India, Africa, perfino in Afghanistan, in posti in cui a stento arriva la corrente elettrica. In situazioni del genere le tecnologie per noi “quotidiane” sono ancora miracolose, un pannello solare per alimentare un pozzo è una meraviglia. Le persone realizzano pompe, strumenti agricoli o macchinari con l’aiuto dei FabLab. Creano oggetti nuovi con le poche materie che hanno a disposizione: non hanno un centro commerciale a 2 passi dal villaggio!

AG: Infatti il movimento è nato principalmente per migliorare la vita delle persone. Basti pensare ai lavori e brevetti creati ed utilizzati nei Paesi in via di sviluppo. Gershenfeld e il FabLab del MIT sono molto attivi nei paesi in via di sviluppo. In India hanno collaborato con HoneyBee Network di Anil Gupta (un’associazione simile ai FabLab che raccoglie ed aiuta a sviluppare le idee degli inventori amatoriali). I contadini non potevano permettersi un trattore da 2500$ e il FabLab ha creato un kit per motociclette da 400$ per creare un trattore a tre ruote. Il costo totale del mezzo è di 1600$ e oltretutto il kit è rimovibile. Molti avevano necessità di un sistema controllabile per fertilizzare i campi: un semplice kit per bicicletta risolve il problema distribuendo le quantità corrette di prodotto. Ci sono villaggi senza elettricità, ecco allora un kit con una dinamo da far azionare da un toro: produce 1Kwh di energia, più che sufficiente per un piccolo agglomerato di capanne. Ci sono stati molti altri interventi, anche a Bombay, nel Ghana…Sui nostri siti compaiono invenzioni che fanno sorridere o che possono avere scarsa utilità. Sono sempre comunque dimostrazioni della potenza dei FabLab: questi laboratori risolvono problemi e diffondono la conoscenza per rendere la vita più agevole. Un po’ come succede per le auto con la F1, dove si provano tecnologie che magari nel giro di qualche anno arrivano anche sulle utilitarie.

6. Una volta realizzato un qualsiasi prodotto è possibile commercializzarlo su larga scala? In che modo il FabLab ne disciplina la commercializzazione?

AM: In effetti lo statuto del FabLab non solo prevede ma addirittura disciplina questa possibilità. Citando testualmente: “Il FabLab può incubare attività commerciali, ma queste non possono entrare in conflitto con le attività e il libero accesso al laboratorio; le attività dovrebbero svilupparsi all’esterno, piuttosto che all’interno del laboratorio, e si prevede che siano a beneficio degli inventori, dei laboratori, e della rete che ha contribuito al loro successo.” Utilizzare un FabLab per la produzione di scala sarebbe poco opportuno, sia perché interferirebbe con le normali attività del laboratorio, sia perché non è detto che il laboratorio stesso sia attrezzato per una produzione di ingenti volumi. L’attività di produzione massiva potrebbe benissimo essere delegata ad aziende specializzate, favorendo così quella produzione industriale che temevi potesse essere ostacolata dai FabLab. In effetti questo è proprio uno dei quattro modelli di business evidenziati da Peter Troxler, segretario della FabLab International Association.

PA: Se vuoi il FabLab può essere visto da un’impresa come il suo laboratorio di R&S in outsourcing. Le nostre competenze, e quelle che trovi nei FabLab in generale, coprono vari campi tra cui elettronica, la fabbricazione digitale, informatica nonché metodi e tecniche per generare innovazione. Se questo non bastasse, aderendo alla rete mondiale dei FabLab si gode del privilegio di poter richiedere assistenza all’intera rete. Avere un consiglio da parte del MIT non è certo poca cosa!

AM: Conque noi offriamo anche alle aziende  la possibilità di finanziare i loro progetti di prototipazione tramite crowdfunding, poi la produzione passa a loro. E torniamo a parlare di come un FabLab può aiutare l’economia…

AG: Il FG mette anche a disposizione una vetrina digitale per poter commercializzare i prodotti creati; in questo modo possiamo seguire i clienti dall’inizio alla fine, aiutandoli anche nella vendita e fornendo un servizio completo “chiavi in mano”. Le chiavi del laboratorio, ovviamente!

Per chi volesse avvicinarsi al mondo del Frankestein Garage ricordiamo tre eventi in programma nei prossimi giorni:
1. “L’elettronica della sciura Maria” – microcorso pratico per curiosi – 27 ottobre 2011;
2. “L’ABC di Arduino” – programmazione di un microcontrollore – 3 novembre 2011
3. “Arduino: verso l’infinito ed oltre” – alternative ad Arduino – 10 novembre 2011
Il Frankestein Garage sarà inoltre presente con tre talk all’Agile Day che si terrà a Roma il 19 novembre 2011.