Il venture capital in Italia. Analisi, critiche e suggerimenti [INTERVISTA]

Nicola Redi, CTO di Fondamenta SGR, descrive la situazione complessiva del venture capital in Italia e suggerisce alcune proposte utili allo sviluppo del settore

Oggi pubblichiamo parte di un’intervista a Nicola Redi, CTO di TT Ventures, realizzata i primi di agosto in occasione della presentazione della 10 to 6, l’international seed capital competition organizzata da Fondamenta SGR, M31, Vertis e Università dell’Aquila. Durante il nostro colloquio abbiamo approfittato del tempo gentilmente concessoci da Nicola Redi, per effettuare una breve panoramica sulla situazione del Venture Capital in Italia. Per correttezza nei confronti del lettore, ci teniamo a precisare che l’intervista, in alcune sue parti, non tiene conto delle operazioni di venture effettuate nei primi giorni di settembre e nemmeno del piacevole fermento culturale e di eventi registrati in questo inizio di autunno.

Buongiorno Nicola e benvenuto su Ninja Marketing, puoi darci un giudizio sullo stato di salute del VC italiano?

Dal punto di vista macro è oramai indubbio che lo scenario del venture capital in Italia è, in termini relativi uno tra i meno sviluppati in Europa oltre che nel mondo. Questo non significa però che non esistono opportunità interessanti anche in Italia perché di operatori che lavorano in questo ambito ce ne sono e sono tra l’altro operatori molto seri. Peraltro in Italia si registra la presenza di attori che operano su più livelli. A tal proposito vorrei rimandarvi ad un articolo del Sole 24 Ore, pubblicato ad aprile, all’interno del quale veniva effettuata la mappatura dei fondi di seed e venture capital regionali (estratti da una ricerca dell’ AIFI, ndr) dove si parlava di 508,45 milioni di euro stanziati per il finanziamento a startup e spinoff nell’anno 2011. Tutto questo a dimostrazione che se un problema esiste non è sicuramente attribuibile alla quantità di denaro a disposizione, soprattutto se teniamo conto che la ricerca dell’AIFI fa riferimento esclusivo ai finanziamenti pubblici.

Purtroppo però, in Italia, si registra un panorama ancora poco maturo per lo sviluppo delle attività di venture. La maggior parte delle agenzie di venture infatti, hanno un carattere generalistico che copre differenti aree tecnologiche. Questa condizione costringe i gestori a occuparsi contemporanemente di settori che spesso hanno poco a che vedere tra di loro come: cleantech, biotech, medical device, ICT ed altri campi. Nonostante ciò ogni operatore ha le sua caratteristiche, ed esistono delle specificità delle quali dover tener conto ogni qualvolta si decide di rivolgersi ad un venture capital.

A proposito del rapporto tra venture capital e startupper cosa ti senti di consigliare a tutti coloro che sono alla ricerca di un finanziamento?

Ciò che mi sento di consigliare alla comunità degli startupper nel momento in cui intendono rivolgersi ad un venture capital è un pò la stessa cosa che accade quando si va alla ricerca di un lavoro.  Se io sono un laureato in scienza della comunicazione è inutile che faccio domanda per un posto dove stanno cercando un direttore della produzione. Prima di rivolgersi ad un operatore di VC è sempre bene cercare di capire quale fondo può rispecchiare al meglio le proprie esigenze

Veniamo al rapporto tra classe dirigente e venture capital, puoi darci una valutazione su quanto la politica sta facendo per favorire l’attività del VC?

Probabilmente qualcosa si sta muovendo nel senso che ad esempio nell’ultima bozza circolata relativamente alla manovra finanziaria, l’art.31  propone una detassazione per gli investitori in fondi di VC per il quale l’attuale limite di tassazione sui proventi da investimenti in fondi di VC parrebbe azzerato (la manovra ha poi previsto anche incentivi fiscali per gli operatori che investono in fondi di venture capital dedicati a società innovative costituite da non più di tre anni e controllate da persone fisiche oltre che alla detassazione dei proventi derivanti dalla partecipazione, ndr). L’art 31 che c’è adesso sulla bozza della legge finanziaria è già una prima proposta molto interessante perché sostanzialmente va ad azzerare il regime di tassazione per gli investimenti in fondi di Vc quindi se questa è una proposta che viene approvata ben venga.

Si possono fare degli appunti sulla definizione di investimento in VC perché l’art. 31 cita imprese con meno di 36 mesi di vita e con meno di 50mln di fatturato e la cosa fa un po’ ridere perché in Italia quando si parla di 50 mln di fatturato non è proprio un’ operazione di VC. Mentre magari paradossalmente 36 mesi potrebbero essere pochi nel senso che ci sono tanti spinoff universitari che magari vivacchiano per i primi tre anni e poi gli ultimi due cambiano modello di business e li fanno un salto. Quindi si potrebbe anche pensare di abbassare a 10 mln il limite per l’operazione di VC ed estendere a 5 anni la vita della società.

C’è anche un’altra proposta sicuramente perfettibile perché ha, secondo me, degli aspetti tecnici che richiedono di essere rivisti però diciamo è molto interessante come dimostrazione di volontà ed interesse per il mondo della nuova impresa. Questa è la proposta di legge a firma Mosca-Lorenzin sulla costituzione di una banca per l’innovazione. L’idea del fondo dei fondi potrebbe essere un’idea interessante anche se però probabilmente in questo momento non servono altri soldi bensì un lavoro che tenda a migliorare l’esistente.

Qual è la tua opinione sul disegno di legge a firma Mosca-Lorenzin ed in particolare sull’istituzione di un fondo dei fondi?

Innanzitutto non credo che la prima azione debba essere incentrata sulla messa a disposizione di altri capitali per il VC. Probabilmente tra gli aspetti più deboli del disegno di legge vedo una certa confusione nell’impostazione, ovvero non si capisce se il fondo dei fondi lavora in una logica di prestito ai fondi o se invece stiamo parlando di un fondo vero e proprio.

L’altro aspetto non molto chiaro è che si parla di SGR e poi si definiscono gli advisor. A mio avviso non ha senso pensare che gli advisor siano beneficiari del finanziamento da parte della cassa depositi e prestiti perché il gestore del fondo è l’SGR e non l’advisor e quindi l’advisor non potrebbe e non avrebbe senso che ne fosse beneficiario perché non è lui a gestire il fondo. Questo è un altro elemento di confusione. Per
cui diciamo che quantomeno se l’idea è quella di fare un fondo dei fondi ben venga, ma andrebbe riscritta in maniera un po’ più conforme a quelle che sono le modalità operative di un fondo.

L’altro tema fondamentale che si pone quando si parla di fondo dei fondi è chi lo gestisce e quali sono le modalità di assegnazione dei fondi. Questo è un tema assai spinoso, soprattutto nel nostro paese, perchè si rischia di fare un grosso buco nell’acqua. In primis è spesso capitato che alcuni fondi si sono visti venire aggiudicati capitali pubblici dei quali poi non ne hanno saputo sfuttare l’utilizzo, mentre altre sgr sono state più reattive ed hanno saputo mettere a punto i fondi che lo Stato ha messo loro a disposizione. Questo solo per accennare al tema che poi chi gestirà questo fondo dei fondi non sarà questione marginale, ma dovrà essere adeguatamente presentata.

La mia impressione è che non avrebbe senso andare a trovare un operatore o comunque un gestore per un motivo molto semplice,  perchè sarebbe una scelta antieconomica. Se la politica intende istituire un fondo dei fondi e poi chiedere ad una sgr di diventarne il gestore e lasciare a questa sgr, in una logica privatistica, la decisione su quale altro fondo di VC dovrà erogare questi capitali non è scelta efficiente perché di fatto si andrebbe a pagare due volte le commissioni di gestione (perché le commissioni le prenderebbe la sgr che gestisce il fondo dei fondi e poi le prenderebbero le sgr che gestirebbero il fondo dei VC).

Che tipo di miglioramenti possono essere apportati al disegno di legge in particolare e quali azioni in generale suggerisci per lo sviluppo del settore del VC?

Un approccio possibile, invece, potrebbe essere la costituzione di una cassa depositi e prestiti guidata da un comitato di VC internazionali, selezionati per settori e massa di capitali investiti, ai quali verrà delegata la facoltà di decidere su quali progetti investire o meno.

Oltre a questa ci sono altre azioni che non sono in cantiere ma che sono altrettanto importanti e che vanno più nella prospettiva della creazione di una filiera. La prima sarebbe quella di potenziare l’intera filiera dell’imprenditorialità innovativa a partire dalla ricerca e dalle università. Ritengo infatti  che la ricerca accademica debba avere come finale inevitabilmente anche il tessuto industriale.

E qui vedo due direttrici sulle quali oggi, a mio avviso, bisognerebbe lavorare. Il primo punto è ad esempio quello di creare una nuova categoria di persone che siano si delle persone con grandissime competenze tecniche a livello di dottorato di ricerca, ma che abbiano anche una forte propensione imprenditoriale. Su questo punto per esempio si potrebbe pensare di introdurre elementi di formazione all’imprenditorialità negli attuali corsi di dottorato. Dei percorsi di dottorato che sappiano mescolare, in maniera equilibrata, elementi di ricerca tecnologica a competenze per l’avviamento di una startup. Questo sarebbe un approccio abbastanza innovativo a un dottorato di ricerca che potrebbe dare un notevole impulso a quella che è la generazione di idee imprenditoriali basate su nuove tecnologie portate avanti anche da persone che oltre ad essere ricercatori lo fanno già nello spirito imprenditoriale.

A valle, lato industria invece, io farei una riflessione che pochi fanno. Si pensa sempre all’uscita del fondo di VC nella forma dell’IPO. Se vai a vedere invece quelle che sono le statistiche in Eu e negli USA, scopri che l’IPO non è il primo motore dell’uscita del VC e se si deve pensare a un ritardo tra Eu e Usa questo ritardo non è tanto sull’IPO ma è enormemente più alto nelle uscite industriali, quelle che si chiamano trade sales.  Ecco questo percorso in Eu è più limitato che negli Usa ed è questo che negli Usa fa stare in piedi l’intero sistema delle uscite del VC. Quindi il vero motore della filiera del VC sarebbe quello di favorire le uscite perché le uscite sono quelle sulle quali i fondi fanno rendimento e che successivamente attraggono investitori, ancora più dei fondi pubblici.

Un altro suggerimento lo farei verso delle politiche che siano a supporto dell’acquisizione da parte di grossi gruppi multinazionali delle imprese che sono state oggetto di investimento da parte dei fondi di VC. A patto che a quest’azione di supporto sia vincolata  la permanenza della startup sul territorio italiano per un determinato numero di anni. Ad esempio l’istituzione di un fondo di garanzia che possa permettere alla multinazionale di fare un’acquisizione abbastanza vantaggiosa permettendole, utilizzando la leva del debito, di effettuare un investimento a basso costo. La permanenza sul territorio italiano della startup e della tecnologia stessa permetterebbe una ricaduta di competenze, oltre che di ricchezza economica, non indifferente nei confronti dell’ecosistema italiano.

Spesso negli ultimi mesi si è sentito parlare di bolla del settore ICT, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti in early stage, cosa ne pensi al riguardo?

A mio avviso non è che stiamo andando verso una nuova bolla perchè da un lato mi verrebbe da dire che sicuramente chi ha effettuato questi finanziamenti l’abbia fatto seguendo tutti i criteri del caso, non parliamo di signori digiuni della finanza. Dall’altro lato sicuramente c’è un effetto di moda intorno al settore dei social network (vedere anche l’ultimo vincitore del Techcrunch SF disrupt 2011, ndr) che secondo me stanno correndo per andare in borsa al fine di sfruttare questo effetto moda, e su questo potrei essere d’accordo che ci sia una potenziale bolla.

Personalmente io non ho un osservatorio privilegiato su web, media e ict perché non faccio investimenti su questo settore, (ma li faremo a breve). Però quello che vedo, in questo settore, è che ci sono tante iniziative abbastanza effimere anche da un punto di vista societario come per esempio delle società che prendono e che vivono intorno un’applicazione per iphone o poco più.