Friday di Rebecca Black: il virale trash che fa impazzire gli USA [CASE STUDY]

Motivetto accattivante, video anni ’80, testo banal-popolare: ingredienti piuttosto comuni di un caso discografico al contrario.

Una ragazzina tredicenne, Rebecca Black, narra le gesta ripetitive della sua settimana scolastica: la scuola è tutto sommato l’occupazione principale dei tredicenni, fatta di sveglia, autobus, routine, aspirazioni da venerdì; finalmente arriva l’osannato venerdì, ultimo giorno della settimana lavorativa (scolastica) e come nel più classico Sabato del Villaggio di leopardiana memoria (che il sommo vate non ci fulmini) ecco che il pensiero va al sabato sera (i tempi moderni hanno spostato indietro di un giorno il calendario della settimana) ed all’uscita con un ragazzo che sia almeno sedicenne e possa, secondo le regole degli Stati Uniti, guidare un’auto da sballo.

Insomma il classico del classico abbinato ad un’adolescente assolutamente nella norma, carina ma non eccezionale, con un video ed un look anche un po’ low profile.

Al punto che… che il video e la canzoncina sono un successone, sono al top delle visualizzazioni su You Tube (98 milioni!) e tutti vogliono la suoneria del brano sul cellulare.

Insomma il frutto del passaparola della pubblicità negativa, tutti visualizzano una canzone pop un po’ insulsa, anche solo per criticarla, e il singolo diventa un hit singolo. In fondo poi la maggior parte degli adolescenti un po’si identificano nella ragazzina a caccia di un bel week end, ed il gioco è fatto.

Ovviamente nulla è casuale, andando un po’ più a fondo nel caso di Rebecca Black, troviamo la Ark Music Factory, azienda hollywoodiana che si fa pagare dai genitori benestanti americani per trasformare i loro figli in star, con tanto di strategia di marketing discografico e virale. Pare che l’investimento iniziale dei genitori di Rebecca abbia ammontato a scarsi 2000 dollari.

Anche la rivista Rolling Stone si è interessata alla Black e ha definito il testo della canzone “straordinariamente stupido” con un avverbio che la prestigiosa rivista americana non utilizza spesso.

Riguardo agli insulti piovuti come tempesta sulle pagine web della ragazza da parte degli ascoltatori, lei risponde: “Questi commenti pieni di odio mi hanno davvero scioccata. Mi sento una vittima di cyber bullismo” e anche questa risposta della teenager è alquanto ben studiata.

Insomma per la radio un flop, per la critica un caso di trash music ma tutti si accalcano su I-tunes per scaricare il brano ed il pezzo entra già nel novero delle meraviglie del web marketing o del marketing in genere: come rendere indispensabile un prodotto, discografico in questo caso, inutile, piacevole perché di moda, cool perché scaricato da tutti, insomma di moda, di moda, di moda.

Scritto da

Stefania Mele

Stefania Mele aka Satoko, napoletana, laureata in Economia e Commercio, già da studentessa ha lavorato nel “Laboratorio di Marketing” della Federico II di Napoli. Ha ... continua

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