Wifi libero in Italia: ne parliamo con Antonio Nicaso, criminologo di fama mondiale [INTERVISTA]

Silvia Carbone
Silvia Carbone

Marketing Manager @ Ninja Academy

Dall’1 gennaio, in seguito alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto Milleproroghe, sono cambiate le disposizioni in materia di wifi in Italia. Come sapete non ci sarà alcun obbligo di registrazione da parte degli utenti, mentre rimarrà l’obbligo di registrazione per gli internet point, ma non per i locali pubblici che vogliono offrire la connessione ad internet.

Il decreto è immediatamente esecutivo e sarà ri-discusso e convertito in legge in Parlamento nei prossimi mesi. Alcuni tuttavia criticano che la liberalizzazione degli accessi comporterebbe un indebolimento delle misure antimafia e antiterrorismo.

Abbiamo quindi voluto chiedere il parere di un esperto, Antonio Nicaso.
Su Ninja Marketing non è la prima volta che parliamo di lui; Per chi ancora non lo conoscesse, Antonio Nicaso, è uno scrittore e giornalista nato a Caulonia in provincia di Reggio Calabria, che da anni vive in Canada, uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta a livello internazionale. E’ docente di Storia della questione meridionale e Storia delle organizzazioni criminali al Middlebury college (Vermont, USA), nonchè autore di diversi bestseller internazionali tradotti in diverse lingue, come “Global Mafia: The New World Order of Organized Crime” e “Bloodlines: the rise and the fall of the Mafia’s Royal Family”.

Intervista ad Antonio Nicaso

Nell’immaginario collettivo quando si pensa alle mafie, si pensa al mafioso con la coppola e la lupara. Antonio, nel tuo precedente libro “La malapianta” – scritto insieme a Nicola Gratteri, avete descritto la ‘ndrangheta come “High tech e lupara”.

Le mafie si sono globalizzate. La loro principale caratteristica è l’adattabilità, cioè la capacità di coniugare vecchio e nuovo. Sono fortemente tradizionali ed estramemente innovative. Utilizzano sistemi skype per comunicare e siti internet localizzati in Paesi offshores per riciclare denaro. La ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale che utilizza di più internet per investire e riciclare i proventi delle sue tante attività illecite.

In Italia è da poco iniziato un processo di liberalizzazione del Wifi. L’articolo 7 del decreto Pisanu imponeva ai locali pubblici un farraginoso iter: dalla licenza rilasciata dal questore, alla copia cartacea di ogni documento di identità, alla conservazione di tutti i dati di navigazione per 6 mesi (da parte dell’esercente, non del fornitore del servizio), etc, etc. Tali misure sono state introdotte nel 2005 subito dopo gli attacchi terroristici di Londra. Quali implicazioni avrebbe la liberalizzazione del wifi nella lotta al terrorismo, alla mafia e alle altre forme di criminalità organizzata?

L’Hi-tech è ormai diventata una condizione imprescindibile per le mafie. Le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno rivoluzionato il loro modo di essere e di operare.

Anche l’antimafia dovrebbe globalizzarsi, superare le barriere e sviluppare nuovi sistemi di collaborazione, altrimenti le forze dell’ordine e le magistrature dei vari Paesi continueranno a muoversi in ordine sparso, ma senza il necessario raccordo per aggredire i mafiosi, ma soprattutto i loro patrimoni.

In Francia o in Germania sarebbe inconcepibile per un gestore di un bar non mettere a disposizione dei propri clienti una connessione internet wifi. Perchè in Italia non può essere così?

In Italia, prima dell’entrata in vigore della nuova legge, i fornitori identificavano gli utenti in due modi: chiedevano il documento d’identità, la carta di credito (se la navigazione era a pagamento) oppure utilizzavano un sistema via sim. L’utente cioè telefonava o mandava sms a un numero, per avere la password con cui navigare in Wi-Fi.

Mi rifiuto di pensare che mafiosi o terroristi usassero i propri documenti d’identità o sim a loro realmente intestate. L’obbligo di identificazione dell’utente in forma preventiva non aveva senso, anche perché era già venuto meno in tantissimi altri Paesi. È opportuno, invece, registrare il traffico in forma anonima come si fa nel resto d’Europa (Francia, Germania, Regno Unito), coniugando l’esigenza di sicurezza con quella della libera navigazione. Non si può fermare la tecnologia, ma bisogna tenere alta la guardia.

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Grazie mille Antonio per il tuo prezioso contributo!

Ora quello che possiamo augurarci è che il decreto venga presto convertito in legge, nella speranza che il 2011 sia un anno di innovazione per il nostro Paese!

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