Il volto di Assange: gestire il brand dello scandalo politico del secolo [Wikileaks]

Adele Savarese

Chief Content Officer Ninja Academy

Per aggiungere un’ulteriore profondità alle analisi sul fenomeno Cablegate, proviamo a guardare ai risvolti di branding che la vicenda sta portando con sé. Traduciamo da Brandchannel alcune considerazioni sul personal branding di Assange e sull’impatto che può avere sull’umbrella brand WikiLeaks.

L’importanza di chiamarsi Assange

C’è un blog che, strizzando l’occhio alla “TIME’s Person of the Year”, lo ho già nominato Uomo dell’Anno. E’ così che Death and Taxes vede Julian Assange e, qualora ci fossero dubbi sull’ascesa del brand Assange e del suo sito, i dati Google mostrano il picco di ricerche per WikiLeaks che si è avuto a partire dal 28 novembre, data del rilascio esplosivo dei cablogrammi delle ambasciate USA. Secondo Google Insights, infatti, “Wikileaks” è il primo termine di ricerca negli Stati Uniti nonostante la pressione governativa ed istituzionale nel “silenziare” l’argomento. E col recente arresto di Assange, le ricerche aumentano esponenzialmente.

In termini di brand awareness, sicuramente aiuta il fatto che WikiLeaks sia prominente nelle conversazioni su Twitter, Facebook, la blogosfera e sui media mainstream (avendo guadagnato la prima pagina di quasi tutti i principali outlet informativi – sia online che offline). Assange è un buon conoscitore delle logiche mediatiche: ha migliorato la sua immagine poco prima dell’arresto, come evidenzia New York Magazine: dal folto caschetto color grigio-antieroe-elfico (schiaritosi a causa dello stress per il divorzio dalla moglie) ad un taglio moderno, sbarazzino e che sembra non seguire alcuna regola.

Oggi assomiglia all’attore Neil Patrick Harris, del quale sembra mutuare quell’estetica da cherubino/maschiaccio sempre pronto a regalare un occhiolino. In una sessione di Q&A col Guardian, Assange ha detto che inizialmente voleva che WikiLeaks non avesse un volto pubblico ed istituzionale. Tuttavia, “quest’assenza di personalità ha portato ad una tremenda quantità di curiosità mista a distrazione” sulla composizione dell’organizzazione. “Alla fine, qualcuno dev’essere responsabile nei confronti del pubblico e solo una leadership pronta ad essere pubblicamente coraggiosa può rispecchiare genuinamente il fatto che le nostre fonti affrontano seri rischi per il bene comune. In tutto questo, sono diventato il parafulmine: ricevo attacchi indebiti su qualsiasi aspetto della mia vita, ma dall’altro lato vengo indebitamente visto come una forza equilibrante”.

A sinistra, Neil Patrick Harris nel 2010. A destra, Julian Assange la settimana scorsa. WikiLeaks the Musical, meet your star! Photo: Charles Eshelman/WireImage, Splash News

Queste foto sono apparse in T e nel Guardian la settimana scorsa. Photo: L: Max Vadukul, T Magazine. R: Carmen Valino, Guardian

Ed Assange, in qualità di frontman, ha dovuto nel tempo decidere la veste migliore da indossare. All’inizio ha scelto il mantello scivoloso e serpentino di una mente “malvagia”, quasi a voler sembrare un antagonista dei cartoni animati. Ma ora che la sua vita personale è entrata in gioco con la luce negativa delle accuse sessuali, la strategia è cambiata: da wizard a folletto, con un look che sembra comunicare: “Non sono predatore (di donne o nazioni), sono solo birichino“. Causare problemi per il puro divertimento insolente che ne deriva.

Un indicatore della sua notorietà: qualche giorno fa’ c’erano 6,859 articoli sull’arresto di Assange nella homepage di Google News. E sulla conferenza stampa di Obama sui tagli alle tasse? 4,669. Per tornare al TIMES, è molto probabile che Assange diverrà sul serio “person of the year”: candidato nel sondaggio ufficiale, la sua influenza arriva ad un punteggio di 91/100 per i suoi fan.

Come vuole la teoria, più apertamente si coinvolgono i clienti e meno ambiguità si creano, lasciando meno margine d’azione ai potenziali detrattori (per un’analisi sugli approcci di business trasparenti, leggere Tactical Transparency di Shel Holtz e John C. Havens). Probabilmente “l’affaire Assange” è un’opportunità tempestiva per riconsiderare l’immagine pubblica e le intenzioni private della propria marca o azienda e fare sì che siano armoniosamente riconciliate. Il mondo è già pieno di troppi segreti… e la fiducia tra brand e consumatori è più fragile ed importante che mai.

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Adele Savarese

Chief Content Officer Ninja Academy

Nasce a Los Angeles nel 1984, stessa annata dello spot "1984". Va a vivere ad Huntington Beach, detta Surf City USA, ed ogni venerdì va a Disneyland. Si trasferisce a Napoli a 5 ... continua

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