Cosa si dice delle startup italiane?

Cosa si dice delle startup italiane?Eccoci al nostro secondo appuntamento con un post che contiene tre sezioni: una breve premessa per chiarire il senso di questa iniziativa, la presentazione di un progetto nel progetto, un’intervista a Giorgia Petrini.

Una premessa chiarificatrice

Se dovessi descrivere questa rubrica in 140 caratteri direi:

“Una rubrica che racconta le esperienze delle startup italiane per far emergere le opportunità e le problematiche del nostro sistema”.

Ho pensato a lungo a come mantenere alta la qualità di questa rubrica e dare spazio ad un numero il più ampio possibile di startup e ho deciso che queste saranno le regole del gioco d’ora in avanti:
1. aprirò un file su Google Documents che condividerò con tutti coloro che scriveranno al mio indirizzo (rubini.fulvio@gmail.com)
2. qui troverete le date di ogni futura uscita per i prossimi 6 mesi
3. se volete raccontare la vostra esperienza inserite negli spazi liberi il nome della vostra startup e il motivo per cui dovrei intervistarvi. Pensate a come la vostra esperienza potrebbe essere utile per chi vi ascolta e cercate di non guardare a questa finestra come una semplice occasione di visibilità. Chi si iscriverà per primo, per primo sarà intervistato.
4. una volta ogni due settimane una startup avrà lo spazio che si merita. Nella settimana intermedia sarò io invece a scegliere con chi chiacchierare per assicurare un buon bilanciamento dei contenuti trattati nella rubrica. Continuate a spedire i vostri commenti. Miglioreremo strada facendo.

Cosa si dice delle startup italiane?

La seconda parte di questo post è una semplice rassegna delle opinioni riguardanti il sistema delle startup italiane e insieme un’occasione per far partire un’altra iniziativa da portare avanti insieme. La maggior parte di esse vengono da un contest a cui la startup per cui lavoro, HiNii, ha partecipato e ha vinto la possibilità di partecipare alla prossima fase di Dusseldorf. Se cliccate sui nomi troverete un sacco di link utili!

– Le startup italiane dovrebbero imparare a comunicare meglio (Nicola Mattina)
– Le startup italiane (NON) dovrebbero imparare a comunicare (Massimo Ciociola)
– Esiste una grande capacità di creare innovazione nelle università e i centri di ricerca italiani (Aurelio Mezzatero @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
– Esiste un mercato in Italia per le buone idee, ma è difficile trovare startup che hanno una visione globale del loro business (Lorenzo Franchini @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
– Il più grande problema delle startup italiane è che la qualità del management non è sempre eccellente (Giancarlo Rocchetti @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
– Le startup devono lavorare, restar chiuse nei garage o nei vicoli , e creare prodotti scalabili e che tutti possano usare (Massimo Ciociola)
– Esistono successi individuali, ma non un successo a livello di ecosistema (Aurelio Mezzatero @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
– Le startup italiane hanno ancora bisogno di coaching (Suresh Patel @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
– Do things in a normal way is the difficult thing in Italy (Sandro Grigolli @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
-Le presentazioni degli startupper italiani hanno generalmente uno standard più basso rispetto al resto del mondo (Nicolas Elbaze @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)
– Are you really doing your business for a good reason? A bad reason is to do it for emotional reason, like looking good to the others. (Sandro Grigolli @ Eurocan European Venture Contest 2010 – Torino)

Mi piacerebbe che tutti voi ne aggiungeste altre nei commenti o scrivendomi una mail. Ogni settimana aggiornerò la lista con nuove citazioni per arrivare tra qualche mese ad avere una buona collezione di aforismi sulle start-up.

Sideleaders, il progetto che va a caccia dei migliori talenti italiani

Concludo il post di oggi parlandovi di un progetto secondo me davvero interessante, nato dall’iniziativa di Giorgia Petrini, imprenditrice e autrice del libro “L’Italia che innova”. Per fare ciò ho fatto tre semplici domande alla creatrice di questo progetto:

1. Che cos’è il progetto Side Leaders? quali obiettivi sono stati raggiunti? e quali sono quelli futuri?

Side Leaders è un’associazione no-profit che si avvale ad oggi unicamente del contributo economico, sociale e pratico mio (che l’ho ideata e che la presiedo) e dei suoi soci fondatori. A “caso e disordinatamente” intervengono persone di buona volontà, cose ed eventi che fanno emergere e manifestare i contenuti dei quali questo movimento si fa promotore da qualche mese (essendosi configurato, anche giuridicamente nella prima metà di quest’anno). Stiamo tuttora lavorando al popolamento progettuale dell’head quarter di Roma (un punto di analisi e di raccolta di quanto di buono riusciamo ad intercettare nelle scuole, nelle università e in tutti i luoghi nei quali siano presenti quei giovani che noi in codice chiamiamo best&global). Ogni cosa che decidiamo di fare per il bene del Paese e per il futuro delle giovani generazioni per noi è “un obiettivo no-profit” realizzato e tutto quello che fino ad oggi abbiamo fatto non è solo stato grande motivo di soddisfazione ma anche “un centro esatto al tiro a segno”. Siamo tutti imprenditori, liberi professionisti o manager che – per fortuna – hanno un lavoro a tempo pieno, quindi dedichiamo alla missione Side Leaders (che per noi ancora oggi è “unicamente un costo”) il tempo, i soldi e le capacità che siamo in grado di mettere in campo quando, come e dove possiamo. Il primo obiettivo futuro è quello di razionalizzare il lavoro fatto in questi pochi mesi e di tirare alcune somme che in parte prevedono anche di rivedere la missione di Side Leaders sotto alcuni punti di vista. Stiamo scoprendo mondi che non conoscevamo in contesti ancora inesplorati che stanno in parte cambiando la nostra prospettiva e il nostro modo di vedere le cose. Se il prossimo anno mi rifarai la stessa domanda potrò dirti, sperando di averlo raggiunto, quale obiettivo mi stavo ponendo in questo periodo! :)

2. Ora una provocazione… io sono convinto che nel nostro paese per qualche strano motivo alla fine dei conti si dà visibilità sempre alle stesse poche persone quando in Italia ci sono tanti giovani che sono degne di avere attenzione.. sei d’accordo con questa affermazione? se sì perchè? se no perchè?
Non mi trovi d’accordo in assoluto questa asserzione, forse in parte si ma poco. Se per “visibilità” intendi “protagonismo” oggi si è protagonisti, a mio parere, a prescindere se si hanno dei contenuti da offrire. Internet è una grande finestra sul mondo che ti mette in contatto con una platea di quasi 4 miliardi di persone. La differenza la fa il mercato, l’utenza: in questo caso, la sovranità della scelta finale è nelle mani di chi esprime “il gradimento”. Se per “visibilità” invece intendi “raccomandazione” o “corsia preferenziale sociale” allora ti risponderei anche di si, ma non è per tutto vero e soprattutto non è vero solo oggi.

3. Come fanno i sidehunter a individuare un potenziale leader o un potenziale startupper di successo? quali sono i vostri criteri di valutazione?

I side hunter si affidano agli hunter. L’hunter è una persona che ha fiuto: banalmente qualcuno che, sulla base della sua esperienza, “va in giro tenendo gli occhi ben aperti” e intercettando potenziali altrui. Il side hunter (che invece è una persona che ha già avuto successo nei suoi mercati o contesti di riferimento) è quello che screma il lavoro fatto dagli hunter: butta quelli che (secondo la sua esperienza) hanno una scarsa capacità di fare centro e (sulle stesse basi) tiene il best&global. La somma dei risultati in corso di valutazione da parte dei side hunter arriva sui nostri tavoli e solo a quel punto se ne delibera la sua capacità o meno di poter essere “garantita” da Side Leaders. Su questo posso già dirti che stiamo sviluppando perfettibili logiche di misurazione del “grado di garanzia” che ci sentiamo nella condizione di poter assicurare. Anche sui criteri di valutazione apri un capitolo di qualche centinaio di pagine, però penso di poterti dire che tra i criteri che reputiamo vincenti quelli che per noi alla fine fanno realmente la differenza sono lo spirito, la capacità inventiva e le attitudini in materia di “marketing eticamente responsabile”: saper vendere si, ma non qualcosa che nuoce o che non abbia una reale funzione socialmente utile e soprattutto responsabile. In testa a questi 3 criteri ce n’è uno inderogabile, dal quale non prescindiamo mai: devono essere best&global, ovvero voler diventare i migliori e non avere limiti geografici di riferimento.