Fix The World: una cronaca di The Influencers 2010

The Infuencers 2010 non ha un tema. È un think-tank. Rappresenta un invito a pensare, un momento per fermarsi e guardare cosa sta avvenendo e dove stiamo andando, attraverso le nuove frontiere dell’arte, dell’intrattenimento e della comunicazione, che diventano lenti per leggere il mondo di oggi.

Il festival è stato molto interessante e anche divertente. Trovo che la dimensione del divertimento sia fondamentale nell’arte come nella comunicazione almeno quanto il messaggio, a maggior ragione se consideriamo il nostro livello di distrazione e di apatia rispetto ai (troppi) stimoli che riceviamo.

Credo che ognuno di coloro, che ha avuto il piacere e la fortuna di partecipare a queste tre giornate, sia stato colpito da elementi differenti e abbia ricostruito un percorso del pensiero, che gli ha permesso se non altro di tornare a casa la sera con una nuova consapevolezza.

Probabilmente finirò per non rendere pienamente l’idea di ciò che The Influencers è stato, ma spero di riuscire a spiegare cosa ha rappresentato per me, attraverso i creativi che hanno colpito maggiormente la mia attenzione.

Giorno 1

Il festival è stato inaugurato dal progetto italo-catalano, Donkijote.org, ormai al suo terzo anno. È un racconto contemporaneo realizzato dal vivo presso il LABoral Centro de Arte de Gijón e in cammino per le Asturie. Due cavalieri erranti con asino ingegnoso, carico di tecnologie digitali hanno girato nel 2007 l’Italia, nel 2008 l’Olanda e quest’anno la regione spagnola, dove i due terzi del territorio è parco nazionale e l’impatto dell’uomo risulta davvero poco evidente.

Il logo è un ibrido tra asino e  l’uomo di Leonardo. L’asino, di nome Minuto, è un animale fortemente simbolico. È da sempre presente nella letteratura. Si pensi al Don Chisciotte, alla Bibbia, all’Asino d’oro di Apuleio. Rappresenta una linea narrativa su una mappa gigante.

L’idea è quella di creare una frattura perché si mette un’immagine drop rispetto alla realtà “normale”. L’animale è riconosciuto ma è totalmente inaspettato. Agiva quasi da social network, rappresentando un’interfaccia con il mondo esterno, che incuriosiva.

Ciò che differenzia questo progetto è la partecipazione del pubblico che può avvenire: attraverso il sito web del progetto, in una sala predisposta per dei lavori e fisicamente, camminando con l’asino.

Nel progetto ci sono i temi dell’economia sostenibile, della cultura e della contaminazione del territorio.
Le caratteristiche principali, riassunte dall’artista, sono la casualità dei tempi del progetto, la mancanza di un controllo completo, la fatica fisica sul territorio per il territorio, la fragilità umana, il massimo sforzo con il minimo risultato, la contemplazione della natura e della natura umana.

In un mondo in cui tutto cambia, si vuole cercare di usare le nuove tecnologie ma collegandole al passato. L’invito sembra proprio essere quello di fermarsi o meglio di procedere lentamente. Si pensi ad esempio a quando siamo in macchina e guardiamo il GPS. Non ci rendiamo conto di quello che ci circonda. Con l’asino si recupera questa dimensione.

La presentazione del progetto è stata supportata dal video Festina lente, andare piano ma non fermarsi mai, o, come direbbero da queste parti, sin prisa pero sin pausa.

Oggi il viaggio non esiste più. Si va dritti alla meta. Il turismo non è viaggio.

Giorno 2

Il secondo giorno, è stata la volta del Critical Art Ensemble, il cui obiettivo è quello di andare in uno spazio e modificarlo per richiamare l’attenzione. Nel corso degli anni, i membri del collettivo hanno dato vita a diverse performance molto significative, volte in particolare a dimostrare che ognuno di noi può essere arrestato per qualunque cosa persino negli stati definiti liberi. Si gioca – tenete bene a mente la dimensione ludica – a provocare le forze dell’ordine, le braccia del potere, cercando di capire fino a che punto arriva la nostra libertà e come una qualunque manifestazione anche innocente possa creare problemi.

È stata particolarmente divertente la proiezione del video, Halifax begs your pardon, registrato ad Halifax in Canada. L’idea parte dal fatto che gli americani prendono in giro i canadesi per la loro mania – ce ne fossero di più di manie del genere! – di chiedere continuamente scusa.

I ragazzi di Critical Art Ensemble hanno fatto delle ricerche e hanno trovato qualcosa per cui l’intera città di Halifax dovrebbe scusarsi. Durante la metà degli anni Sessanta gli abitanti hanno respinto le comunità di neri, ostacolandone la formazione.

Halifax è una città che vive soprattutto di turismo e che ci tiene a dare una buona immagine di sé. The Critical Art Ensemble ha voluto mettere a nudo di fronte ai turisti uno di quei segreti pubblici, che ogni abitante della città conosce.

Per realizzare ciò, sono stati scritti opuscoli informativi, t-shirt, indossate poi da guide turistiche, e timbri con su scritto “sorry”, dato un annuncio su una radio privata, e creato una scultura The Wave, per simbolizzare le scuse.  Persino la statua del fondatore della città è stata decorata con un bel “sorry”.

Il risultato? Sono stati fermati dalla polizia con l’accusa di un attacco terroristico, con tanto di lacrimogeni. Purtroppo si sono rifugiati tutti sulla scultura ad onda, che, come una collina, ha fatto ricadere i lacrimogeni sulla polizia.

Giorno 3

Le star del terzo giorno sono stati The Yes Men, ma non posso evitare di menzionare con orgoglio il lavoro degli italiani IOCOSE, che in collaborazione, con Falegnameria Sociale, hanno creato Sokkomb, la ghigliottina fai-da-te, simbolo di questa edizione del festival. L’idea era quella di richiamare l’attenzione sul tema della giustizia fai-da-te in Italia, in particolar modo nel caso degli immigrati.

La presentazione è stata supportata anche da una finta pubblicità dell’IKEA e dalla “decapitazione” pubblica di un cocomero.

Ma torniamo alle superstar del festival. Mike e Andy, i due Yes Men sono entrati vestiti da Survivaball, costumi da palle da indossare in caso di ogni catastrofe naturale. È stato proiettato un video in cui diverse Survivaball hanno attirato l’attenzione della polizia in America e sono state accusate, indovinate un po’, di terrorismo.

Mike ha spiegato che i loro target sono le istituzioni, i capi di stato e le corporation, e che lo scopo è quello di umiliarli per la salvaguardia dell’umanità e dell’ambiente. In particolare si battono contro quei governi che supportano le forze militari e le corporation, ignorando completamente il problema del cambiamento climatico.

Le loro azioni consistono essenzialmente nell’utilizzare i media per richiamare l’attenzione della gente. Un esempio è stata la fake version del New York Post, con il titolo in prima pagina: We’re screwed (“siamo fottuti”), che riportava il parere degli esperti sulla fine che farà New York da qui a pochi anni se non si prendono delle serie misure contro l’inquinamento.

Mike faceva notare che si dovrebbe parlare di stampa libera, di profit media, che quindi si dovrebbero riportare notizie profittevoli. Una notizia del genere non può non interessare i newyorkesi, perché allora nessuno dei principali quotidiani l’ha riportata?

Ecco che ci hanno pensato The Yes Men, attraverso la distribuzione gratuita del giornale per le strade di New York.

Dopo l’intermezzo musicale con la versione karaoke di Oil, una canzone contro l’industria del petrolio, nel mirino di The Yes Men è finita la US Chamber of Commerce, la principale lobby al mondo a fare pressione sul congresso americano contro la legge sull’inquinamento e la firma del protocollo di Kioto. È stata convocata una falsa conferenza a Washington con degli attori che interpretavano i membri della Camera di Commercio, affermando che da questo momento in poi avrebbero appoggiato la legge per l’ambiente, anche se ciò voleva significare andare contro gli interessi delle corporation.

La notizia ha fatto scalpore ed è stata riportata dalla CNN,che ha intervistato uno degli attori che ha preso parte alla farsa: “Se non si interviene a favore di una legge per l’ambiente, ci rimetteremo tutti, comprese le corporation”.

Per approfondimenti, consiglio la visione del film, realizzato da Andy e Mike, The Yes Men fix the world, proiettato al CCCB sabato pomeriggio.

Scritto da

Martha Burns

Editor at large

Mi chiamo Martha con l’h per via della mia bisnonna americana e non per la mancanza di buon gusto da parte dei miei genitori. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze della ... continua

Condividi questo articolo


Segui Aliki su Twitter .

Amiamo ricevere i tuoi commenti a ideas@ninjamarketing.it