La serialità su console: per una ridefinizione dei canali di distribuzione

Che le modalità di distribuzione degli audiovisivi stiano mutando è ormai un dato certo.

A partire dalla “programmazione on demand” di Paranormal Activity e per finire ad alcuni straordinari casi italiani di distribuzione finanziata dagli spettatori (vedi esperienza dell’associazione culturale MySelf) o premiata dal passaparola (come Il vento fa il suo giro, uscito in sole 4 copie ma con una permanenza record in sala), va registrato che quello della distribuzione è uno dei settori più significativamente creativi della filiera cinematografica ed audiovisiva in generale.

I mercati primari – la sala ma anche la TV nel caso della serialità – hanno un costo spesso elevato e devono competere con il moltiplicarsi dei possibili canali distributivi.

Se, infatti, si assiste ad una vera e propria de-istituzionalizzazione dell’esperienza mediale – cioè la possibilità di fruire dei prodotti anche al di fuori delle cornici in cui sono tradizionalmente collocati – si assiste parimenti ad una de-localizzazione della stessa, dal momento che vi sono crescenti possibilità di visione slegate dall’hic et nunc della trasmissione/proiezione.

Per il momento sembra scongiurato – come previsto da Henry Jenkins – l’avvento di una “scatola nera“, diabolico oggetto da salotto che avrebbe potuto riunire in sé tutte le funzioni dell’entertainment audioludico.

Ciò non di meno, si assiste a scelte quantomeno singolari a livello di canali distributivi.

Negli ultimi tempi YouTube si dimostra uno dei casi più interessanti da questo punto di vista. Dopo aver annunciato, infatti, di essere in trattativa con le Majors per il noleggio dei film, il celebre canale video di Google ha inaugurato lo streaming di film con l’upload di 5 pellicole del Sundance.

Sempre su YouTube, dal 5 febbraio, è poi online The Striker, film di Bollywood che spera così di ricevere una promozione su scala mondiale (non sarà però disponibile sul portale in India e Pakistan e probabilmente sarà visibile in USA dietro pagamento di 4.99 $).

Così, mentre gli eventi più importanti vanno in streaming (è quello che è accaduto all’annuncio delle nomination all’Oscar il 2 febbraio con diretta su sito web, Livestream e Facebook) e le modalità di distribuzione sembrano moltiplicarsi, si apre la strada anche alle produzioni per console.

Dal 18 febbraio Sony Computer Entertainment America renderà disponibile per PS3 e PSP, The Tester, reality show su alcuni candidati a “tester” di videogame appunto. Una sorta di ibridazione tra la dimensione ludica delle console e le potenzialità “visive” delle stesse.

D’altra parte Xbox aveva già fatto la sua mossa con l’esclusiva web series The Guild, dedicata ad un gruppo di giocatori on line.

Peraltro le web series sembrano ormai un prodotto che suscita grande interesse non solo per i brand che le sponsorizzano (vedesi caso Prom Queen) ma anche per siti come Hulu, celebre per lo streaming online. Non a caso, pare che quest’ultimo – per la realizzazione del suo If I can Dream – abbia ingaggiato addirittura Simon Fuller, il produttore di American Idol e So You Think You Can Dance, proprietario di 19 Entertainment.

Al momento Hulu è il secondo sito più importante per lo streaming video e, in un certo senso, anche il primo della classe YouTube – ci ricorda Mashable – ha avuto delle sorte di produzioni seriali, come i video di Fred o il Philip DeFranco Show.

La creatività sembra dunque non avere limiti neanche dal punto di vista distributivo. Il punto semmai, è capire come attirare l’attenzione dell’utente/audience; di sicuro non c’è da annoiarsi (restrizioni geografiche di trasmissione permettendo).

Inutile dirlo: tutti gli audiovisivi citati hanno generato un buzz veramente ampio in rete, anzi, in alcuni casi – vedasi Oscar – la collocazione di questi eventi all’interno dei social network rende ancora più naturale la conversazione, stimolando così il passa parola (d’altra parte vi faccio notare che la fruizione di questi prodotti lato utente è gratuita e mira dunque ad un ritorno in termini di awareness!).

Insomma, applicando il primo principio del Cluetrain Manifesto agli audiovisivi possiamo dire che gli audiovisivi sono conversazioni (e i mercati ne traggono giovamento).