Noi, web-ninja per un nuovo marketing

Noi, web-ninja per un nuovo marketing

Eccovi un articolo su Ninja Marketing pubblicato qualche giorno fa dal Corriere della Sera sia in versione cartacea che digitale

L’inizio della storia, se fossimo nella Silicon Valley, sarebbe quello tipico della garage company: un paio di amici con tante idee, pochi soldi e assoluta mancanza di un ufficio. Dove l’azienda start-up parte rigorosamente nel box o cantina, con mezzi di fortuna. Nel nostro caso gli ingredienti californiani ci sono tutti, però siamo sull’incantevole costiera amalfitana. Non sulla terraferma, bensì in mare. Su una barca. Così inizia nell’estate 2004 l’avventura di Mirko Pallera (36 anni) e Alex Giordano (34) i fondatori di Ninja Marketing.

Una web company all’italiana partita con l’idea di rivoltare i tradizionali concetti marketing. Adesso tra le sedi di Cava de’ Tirreni e Milano il gruppo conta una sessantina di persone. Sono cool-hunter e giovani talenti, super- esperti di sistemi online e social network. «In effetti non avevamo una sede, così abbiamo iniziato sulla barca di una nostra amica ormeggiata nel porto di Salerno.— racconta Alex, campano o meglio cavese doc — Siamo partiti con il nostro blog. Realizzato da zero perché non esistevano le piattaforme software che oggi permettono di farlo in poche ore».

Intanto, per sbarcare il lunario, i due amici tengono seminari e corsi monografici all’Accademia di Comunicazione di Milano. Ma la Rete diventa il loro posto di lavoro. È l’ambiente virtuale dove raccolgono nuove idee di web-marketing, quelle che escono dal seminato dei guru tradizionali. Nel giro di pochi mesi il tam-tam dell’online fa succedere qualcosa di imprevisto: «Ci siamo accorti dagli indirizzi e-mail che forum e dibattiti erano frequentati anche dai manager di grandi aziende — dice ancora Alex —. Erano i numeri uno della stanza dei bottoni in cerca di nuovi spunti e idee».

Così i due ninja del web iniziano a essere chiamati da talent-scout che vogliono sapere se quanto raccontano lo possono mettere in pratica. Nella primavera 2005 si fa viva Antinori. Vuole lanciare Fichimori, un vino rosso da bere freddo. Una campagna diventata in seguito argomento di tesi come caso di marketing tribale. Poi la svolta: arriva la telefonata dell’Art Directors Club di New York, la storica associazione che unisce i maggiori creativi del globo.

All’inizio Mirko e Alex pensano allo scherzo di amici e chiudono la conversazione. Dopo qualche giorno l’invito ufficiale per entrare, come primi italiani, nella giuria dei Global Awards: erano stati pizzicati in Rete dagli organizzatori per l’idea di proporre azioni di «marketing non convenzionale ». E poi la scelta della metafora ninja come guerrieri delle nuove tecnologie, che lottano contro i samurai della comunicazione.

Tra i primi lavori dell’azienda di Cava de’ Tirreni il posizionamento di «Tim tribù», ottenuto con l’aiuto di artisti urbani e attraverso il concetto di «streetacademy». Qui i ragazzi diventano parte integrante del sito e delle azioni marketing. Poi Barilla con «il mulino che vorrei», un progetto di apertura dell’azienda all’ascolto e alle idee per le persone. Esempi di marketing partecipativo con il feedback del cliente che diventa a sua volta un creativo, come per i lavori Artsana e Heineken.

Ma che cosa intendono per marketing virale? Ecco quanto ha detto Mirko lo scorso 20 novembre a Milano, alla presentazione di Wommi, la prima associazione italiana di professionisti del Word Of Mouth Marketing: «Tanti contenuti presenti in Rete sono bizzarri, irriverenti, spesso cinici e politicamente scorretti. Altri sono teneri e romantici. Per molti il segreto del marketing non convenzionale risiede nell’unire l’utile al dilettevole». Ma non è così. Per i ninja-boys campani il segreto della viralità dell’informazione non va cercato solo nel contenuto estetico- creativo. Bisogna cogliere l’essenza del messaggio, indagare sul perché si inviano e-mail virali agli amici, scatenando gli accessi ai blog.

Mirko, emiliano di nascita e milanese d’adozione, alla fine si è trasferito a Cava de’ Tirreni, un immigrato al contrario. Perché? «È un crocevia di culture, garantisce una buona qualità della vita e ospitalità della gente — conclude — e poi la possibilità di trovare giovani talenti sul territorio che vogliono lavorare e vivere dove sono nati». Tanto un web-ninja usa le tecnologie della Rete connesso «sempre e in ogni luogo». Lui è il lavoratore ubiquo del 21esimo secolo. E dimostra che le buone idee non hanno confini.