Socialismo e Web 2.0: la rivincita di Marx

Socialismo e Web 2.0: la rivincita di MarxBill Gates, tempo fa, dichiarò che i fautori dell’Open Source non sarebbero altro che dei moderni comunisti. A pensarci bene, Gates si sbagliava. I principi che sono dietro l’Open Source, se analizzati, si avvicinano molto di più al Liberalismo che al Comunismo. Ma qualcosa di vero, nelle parole del fondatore di Microsoft c’era. L’affannosa corsa all’essere tutti connessi con tutto, per tutto il tempo, sta poco a poco facendo tornare in auge una versione – seppur riveduta – del socialismo.

Inizia con questo incipit un interessantissimo articolo di Wired che parla di come Internet porti avanti dei paradigmi che sarebbero stati di sicuro graditi a Karl Marx.

Si parte con i sistemi wiki, un notevole esempio dell’emergere del collettivismo. Dall’esempio di Wikipedia, si sono sviluppati numerosissimi sistemi che si basano sugli sforzi comuni di tanti piccoli contributor: gli esempi vanno da Digg e Wetpaint al sistema di licenze Creative Commons.

Questi sistemi dimostrano come si stiano facendo passi avanti nello sviluppo di un socialismo direttamente orientato ad un mondo interconnesso. Chiaramente si tratta di un socialismo con molte differenze da quello classico: non prevede lotte di classe, non è anti americano, non si identifica in nessuno stato, orientandosi più verso l’economia e la cultura che verso la politica, almeno per il momento.

Ma non ci sono solo le differenze. Certo, non si parla più di fattorie collettive, ma di mondo collettivo in cui le fattorie sono i nostri pc connessi tra di loro virtualmente. Invece di condividere attrezzi da lavoro condividiamo applicazioni, script e API. Invece di anonime burocrazie, ci troviamo davanti delle meritocrazie, dove ciò che conta è che le cose vengano fatte. Al posto della produzione nazionale, abbiamo produzione condivisa tra pari e al posto di razioni e sussidi statali veniamo riempiti di beni gratuiti.

Ma volendo ridurre il tutto a normali cambiamenti dovuti al progresso, arriviamo alla conclusione che quando masse di persone in possesso di mezzi di produzione lavorano con un obiettivo comune e condividono i loro prodotti, quando lavorano senza percepire un salario ma beneficiando dei risultati in maniera gratuita, non è azzardato parlare di socialismo.

Socialismo e Web 2.0: la rivincita di MarxStiamo parlando di quello che a fine anni ’90 John Barlow chiamò “dot-communism”, definendolo come “una forza lavoro composta interamente di volontari” . Questa economia sarebbe fondata sul baratto o il dono, e non ci sarebbe nessuna proprietà, mentre è l’architettura tecnologica a definire lo spazio politico. Barlow aveva ipotizzato già a suo tempo anche l’utilizzo di una moneta virtuale, cosa che avviene oramai quotidianamente su internet con i pagamenti online. Solo su una cosa la parola socialismo sembra fuori luogo: mentre quello old style era un’ideologia politica, questo nuovo tipo non richiede nessuna fede. Qui si parla di atteggiamenti, tecniche e strumenti che stimolano la collaborazione, la condivisione, l’aggregazione, il coordinamento e ancora altri tipi di nuova cooperazione.

Clay Shirky nel 2008 ha studiato questo fenomeno nel suo Here Comes Everybody. Secondo Shirky le persone iniziano semplicemente condividendo, poi passano alla cooperazione, alla collaborazione fino ad arrivare al collettivismo. Analizzando il panorama della rete, questo tipo di fenomeni risulta evidente. Nel pdf della traduzione integrale dell’articolo di Wired trovate spiegati nel dettaglio questi quattro punti.

In questo contesto si inserisce anche l’idea di Whoffie introdotta da Corey Doctorow nel suo Down and out in the Magic Kingdom. Si tratta di una sorta di moneta basata sul capitale sociale: un insieme di reputazione, contatti, influenza, accesso alle risorse e livello di fiducia. Doctorw nel suo libro (scaricabile qui gratuitamente in inglese) ipotizza una società dove tutto funziona in base al livello personale di Whoffie. Nella società ipotizzata da Doctorow le persone si scambierebbero i beni e lavorerebbero in cambio di Whoffie, non di denaro. In sostanza, più realizzate prodotti di qualità, li condividete e intrattenete buoni rapporti con i vostri contatti, più reputazione (e quindi potere d’acquisto) guadagnate. Certo, si tratta di Science Fiction. Ma è poi così lontano da ciò di cui stiamo parlando?

Finora, i grandi sforzi si sono concentrati sui progetti di Open Source, i più grandi dei quali, come l’Apache, gestiscono diverse centinaia di contributors. 60.000 persone all’anno hanno dato il proprio contributo per il rilascio di Fedora Linux, dimostrando che un auto assemblaggio e la dinamicità dello sharing possono governare un progetto sulla scala di una città.

Sicuramente, il totale dei partecipanti ai lavori collettivi online è nettamente maggiore. YouTube dichiara qualcosa come 350 milioni di visitatori al mese. Quasi 10 milioni di utenti registrati hanno contribuito a Wikipedia, 160,000 dei quali sono considerati attivi. Più di 35 milioni di persone hanno postato e taggato 3 miliardi di foto e video su Flickr, mentre Yahoo contiene 7.8 milioni di gruppi che parlano di ogni possibile argomento.

Socialismo e Web 2.0: la rivincita di MarxQuesti numeri non raggiungono ancora quelli di una nazione e forse non superano neanche la soglia del mainstream. Ma chiaramente la popolazione che vive con i Social Media non può essere ignorata. Il numero di persone che producono cose , le condividono e le usano gratis, appartengono a aziende software colletive, lavorano a progetti che richiedono decisioni comunitarie, o che sperimentano i benefici del socialismo decentralizzato ha raggiunto i milioni di utenti ed è in continuo aumento. Le rivoluzioni, in passato, sono partite da numeri molto più piccoli.

In apparenza, ci si potrebbe attendere delle prese di posizione da parte di persone intente a costruire un’alternativa al capitalismo e al corporativismo. Ma i codificatori, gli hacker e i programmatori che creano strumenti di condivisione non si considerano dei rivoluzionari. Non si sta dando vita a nessun nuovo partito politico nelle sale conferenza – per lo meno, non negli USA. In Svezia, The Pirate Party si è formato su una piattaforma di file-sharing ottenendo un insignificante 0.63% dei voti alle elezioni nazionali del 2006.

Questo movimento potrà portare, prima o poi, a una società non capitalistica, open source e peer production? Probabilmente siamo più vicini di quel che si può pensare.

Chi avrebbe mai pensato che dei poveri contadini si sarebbero procurati prestiti da $100 da perfetti sconosciuti che vivono all’altro lato del pianeta – e che li avrebbero restituiti? Questa è l’attività che svolge Kiva con i prestiti peer-to-peer. Qualsiasi esperto di sanità pubblica affermerebbe che la condivisione funziona con le foto, ma che nessuno condividerebbe la propria cartella clinica. Ma PatientsLikeMe, in cui i pazienti condividono i risultati delle terapie per migliorare il loro stesso trattamento, dimostra che l’azione collettiva può averla vinta sia sui dottori che sul timore per la propria privacy. L’abitudine sempre più comune di condividere i propri pensieri (Twitter), le proprie letture (StumbleUpon), le proprie finanze (Wesabe), il proprio mondo (il Web) sta diventando un pilastro della nostra cultura. Farlo costruendo insieme enciclopedie, nuove agenzie, archivi video e software, in gruppi che abbracciano interi continenti, con persone che non si conoscono e dall’estrazione irrilevante – fa apparire il socialismo politico come il logico passo successivo.

Socialismo e Web 2.0: la rivincita di MarxUn bell’esempio tutto italiano di questi fenomeni è la community ITASA (Italian Subs Addicted). Il team ITASA , nato nel dicembre del 2005, si occupa di sottotitolare serie tv, anime e film americani e non solo. L’iniziativa e’ senza scopo di lucro e di natura amatoriale e conta su una grande community di appassionati che ne supporta l’attività, si parla attualmente di più di 100.000 utenti. Con piu’ di 250 serie tv sottotitolate e la notevole velocita’ con cui i sottotitoli vengono rilasciati, il team ITASA si puo’ ritenere il piu’ grande sito italiano di sottotitoli e una delle community piu’ vaste nel suo genere. Si tratta quindi di appassionati che svolgono gratis un lavoro che solitamente veniva svolto da professionisti remunerati. Inoltre i prodotti vengono resi gratuiti e disponibili a chiunque.

Ora si sta provando lo stesso trucco con la tecnologia sociale collaborativa, applicando il socialismo digitale ad una serie crescente di desideri – e talvolta a problemi che il mercato libero non potrebbe risolvere – per vedere se funziona. Finora, i risultati sono stati impressionanti. Quasi sempre, il potere della condivisione, della cooperazione, della collaborazione, dell’apertura, del libero prezzo e della trasparenza si è dimostrato più pragmatico di quanto i capitalisti ritenessero possibile. Ogni volta che proviamo, scopriamo che il potere del nuovo socialismo è più grande di quanto immaginassimo.

Sottovalutiamo il potere dei nostri mezzi nel ridisegnare le nostre menti. Credevamo davvero di poter costruire e vivere insieme in un mondo virtuale tutto il giorno, tutti i giorni, e che ciò non influenzasse il nostro punto di vista? La forza del socialismo on-line sta aumentando. La sua dinamica si sta diffondendo al di là gli elettroni – forse fino ad arrivare alle elezioni.

L’articolo è tratto dalla traduzione di un articolo di Wired.

Articolo originale di Wired

Traduzione in pdf

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  • http://www.ninjamarketing.it Kiko Hattori Hanzo

    Questo articolo è stupendo! Grandi!

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  • Pingback: Socialismo e Web 2.0: la rivincita di Marx | Marketing Non …

  • http://www.ninjamarketing.it alex

    ad altissimi livelli ;)

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    ad altissimi livelli ;)

  • http://www.ninjamarketing.it Pandemazio Kuranosuke

    Kemestry sei un comunista!
    tutti voi ninja siete dei comunisti!
    Che il premier vi fulmini.

  • http://www.ninjamarketing.it Pandemazio Kuranosuke

    Kemestry sei un comunista!
    tutti voi ninja siete dei comunisti!
    Che il premier vi fulmini.

  • http://www.ninjamarketing.it Pandemazio Kuranosuke

    avevo dimenticato di dire che è proprio un bell’articolo

  • http://www.ninjamarketing.it Pandemazio Kuranosuke

    avevo dimenticato di dire che è proprio un bell’articolo

  • Mario

    Il discorso mi sembra estremamente interessante. Credo comunque che a questo punto ci troviamo di fronte a un bivio. Da un lato c’è il rischio di sprofondare nell’amatorialità, creando cose divertenti e originali ma destinate a rimanere fenomeni di nicchia. Dall’altro lato si può tentare la strada dell’utente influencer, che rinuncia a fare qualcosa di divertente in prima persona e si sposta sul piano decisionale del produttore. quest’ultima ipotesi mi pare più interessante, vicina per esempio ai discorsi di Habermas.

  • Mario

    Il discorso mi sembra estremamente interessante. Credo comunque che a questo punto ci troviamo di fronte a un bivio. Da un lato c’è il rischio di sprofondare nell’amatorialità, creando cose divertenti e originali ma destinate a rimanere fenomeni di nicchia. Dall’altro lato si può tentare la strada dell’utente influencer, che rinuncia a fare qualcosa di divertente in prima persona e si sposta sul piano decisionale del produttore. quest’ultima ipotesi mi pare più interessante, vicina per esempio ai discorsi di Habermas.

  • http://www.pgde.eu pgde

    L’articolo di Wired scritto da Kevin Kelly e pubblicato anche in kk.org ha generato da subito un dibattito in rete tra che è in accordo con la sua visione e chi la condivide solo parzialmente, vedi ciò che scrive Lessig in http://www.lessig.org “hey Kevin this is not socialism”. indipendentemente dall’opinione che referite ciò che credo sia molto ineressante è iniziare a parlare di produzione condivisa e di come il “free labour” lavoro gratuito e volontario degli utenti della rete stia traformando la figura del prosumer (produttore consumatore) in un prouser (produttore utilizzatore) di un valore condiviso generato dalle conversazioni.

  • http://www.pgde.eu pgde

    L’articolo di Wired scritto da Kevin Kelly e pubblicato anche in kk.org ha generato da subito un dibattito in rete tra che è in accordo con la sua visione e chi la condivide solo parzialmente, vedi ciò che scrive Lessig in http://www.lessig.org “hey Kevin this is not socialism”. indipendentemente dall’opinione che referite ciò che credo sia molto ineressante è iniziare a parlare di produzione condivisa e di come il “free labour” lavoro gratuito e volontario degli utenti della rete stia traformando la figura del prosumer (produttore consumatore) in un prouser (produttore utilizzatore) di un valore condiviso generato dalle conversazioni.

  • http://www.pgde.eu pgde

    referite stava x preferite!

  • http://www.pgde.eu pgde

    referite stava x preferite!

  • http://www.facebook.com/stefi.fussi Stefi Fussi

    “atteggiamenti, tecniche e strumenti che stimolano la collaborazione, la condivisione, l’aggregazione, il coordinamento e ancora altri tipi di nuova cooperazione.”

    Trovo che in questa frase ci sia la completa definizione della realtà 2.0, perlomeno nelle sue possibilità sociali, economiche, perfino politiche e ideologiche. Questo articolo apre spiragli innovativi, e trasversali, che aiutano a reinterpretare i social network e la rete in generale, in considerazione del fantomatico peso dell’odierna globalizzazione, un argomento sempre attuale anche alla luce del recente G8. Insomma, complimenti vivissimi!

    Si è infatti parlato tanto della vittoria democratica realizzata da Google e di come la fruizione delle informazioni sia diventata un potere alla portata di molti grazie a questo libero flusso, ma è giusto che una riflessione più profonda abbracci anche l’impatto sociale e ideologico di chi fa girare l’economia dell’informazione di rete, e al giorno d’oggi, siamo noi tutti. Personalmente credo che la direzione sia proprio questa e ne ha dato dimostrazione anche l’influenza dei social media nelle ultime elezioni europee. I monopoli hanno vita breve in rete, vincono lo sharing e il word of mouth, vince, appunto, “la forza lavoro dei volontari”.
    Poi sia chiaro, politica a parte, io per prima collettivizzo volentieri :)
    Complimenti ancora.

  • http://www.facebook.com/stefi.fussi Stefi Fussi

    “atteggiamenti, tecniche e strumenti che stimolano la collaborazione, la condivisione, l’aggregazione, il coordinamento e ancora altri tipi di nuova cooperazione.”

    Trovo che in questa frase ci sia la completa definizione della realtà 2.0, perlomeno nelle sue possibilità sociali, economiche, perfino politiche e ideologiche. Questo articolo apre spiragli innovativi, e trasversali, che aiutano a reinterpretare i social network e la rete in generale, in considerazione del fantomatico peso dell’odierna globalizzazione, un argomento sempre attuale anche alla luce del recente G8. Insomma, complimenti vivissimi!

    Si è infatti parlato tanto della vittoria democratica realizzata da Google e di come la fruizione delle informazioni sia diventata un potere alla portata di molti grazie a questo libero flusso, ma è giusto che una riflessione più profonda abbracci anche l’impatto sociale e ideologico di chi fa girare l’economia dell’informazione di rete, e al giorno d’oggi, siamo noi tutti. Personalmente credo che la direzione sia proprio questa e ne ha dato dimostrazione anche l’influenza dei social media nelle ultime elezioni europee. I monopoli hanno vita breve in rete, vincono lo sharing e il word of mouth, vince, appunto, “la forza lavoro dei volontari”.
    Poi sia chiaro, politica a parte, io per prima collettivizzo volentieri :)
    Complimenti ancora.

  • http://www.facebook.com/FabioGiglietto Fabio Giglietto

    Speravo che altri riprendessero questo articolo di Kelly. Il socialismo digitale è la logica conseguenza del fatto che i beni digitali non sono scarsi. Non va tuttavia dimenticato che per sostenere l’infrastruttura che produce, duplica e diffonde questi beni serve energia elettrica. Diventa per questo cruciale puntare su fonti rinnovabili (lo ha capito perfettamente Google).

  • http://www.facebook.com/FabioGiglietto Fabio Giglietto

    Speravo che altri riprendessero questo articolo di Kelly. Il socialismo digitale è la logica conseguenza del fatto che i beni digitali non sono scarsi. Non va tuttavia dimenticato che per sostenere l’infrastruttura che produce, duplica e diffonde questi beni serve energia elettrica. Diventa per questo cruciale puntare su fonti rinnovabili (lo ha capito perfettamente Google).

  • serena

    pezzo illuminante che riattiva speranze in un mondo migliore! bravi!

  • serena

    pezzo illuminante che riattiva speranze in un mondo migliore! bravi!

  • fukidake

    …forse l’immagine da me scelta per la condivisione precluderà la lettura di questo articolo a molti dei miei contatti…la potenza della simbologia…..
    P.S.-12 ore all’ora x…esauritissimo!!!

  • fukidake

    …forse l’immagine da me scelta per la condivisione precluderà la lettura di questo articolo a molti dei miei contatti…la potenza della simbologia…..
    P.S.-12 ore all’ora x…esauritissimo!!!

  • http://robertogaloppini.net Roberto Galoppini

    E’ interessante rileggere la lettera agli hobbisti dell’ottimo Bill, soprattutto tenendo conto che la “proprietà intellettuale” come la si intende oggi non esisteva.

    Molto meno originale accostare l’open source al comunismo, ricordo addirittura che cercò di rilevare nel logo di Mozilla una matrice BR..

    Associare al licensing open source, e tutto quello che ne segue, un colore, una ideologia politica, è un esercizio di stile di queneauiana memoria. Con meno difficoltà si potrebbe sostenere che è di matrice cattolico-cristiana, anzi sono certo che in rete si trovano ancora scritti che rileggono l’esperienza scout in chiave open source..

  • http://robertogaloppini.net Roberto Galoppini

    E’ interessante rileggere la lettera agli hobbisti dell’ottimo Bill, soprattutto tenendo conto che la “proprietà intellettuale” come la si intende oggi non esisteva.

    Molto meno originale accostare l’open source al comunismo, ricordo addirittura che cercò di rilevare nel logo di Mozilla una matrice BR..

    Associare al licensing open source, e tutto quello che ne segue, un colore, una ideologia politica, è un esercizio di stile di queneauiana memoria. Con meno difficoltà si potrebbe sostenere che è di matrice cattolico-cristiana, anzi sono certo che in rete si trovano ancora scritti che rileggono l’esperienza scout in chiave open source..

  • Pingback: Try it again, Mike! » Blog Archive » Passaparola e nuovi mercati: una storia post-liberista e post-socialista.

  • http://www.experyentya.it Fulvio Fortezza

    ciao amici ninja,
    devo dire che è uno dei post migliori che abbiate mai scritto, complimenti. di sostanza ce n’è molta, con spunti di riflessione notevoli. la questione è però delicata e di certo ancora assolutamente in divenire. molte pagine vanno ancora scritte.
    io ho ancora molti dubbi su ciò che sarà, ma spero che il 2.0 possa essere uno strumento x attuare quel “worldshift” che da qualche tempo da molti viene evocato. sì, i casi citati nel post sono lodevoli ed interessantissimi, però ragiono su un altro aspetto, ovvero: riusciremo a divincolarci dalle maglie di facebook & c., dove – ma parlo da profano rispetto ad esperti sul pezzo come voi – il gioco perverso è “ti do una piattaforma per stare connesso con le persone che reputi importanti o desiderabili nella tua vita e intanto ti succhio informazioni e ti espongo sistematicamente a messaggi e stimoli spesso evidentemente pilotati”? Insomma, questi ci danno la carota, ma lucrano sulla nostra vita quotidiana, spremendo il network come un limone. “Come suona” questo?
    grazie, ragazzi, e buon lavoro!

  • http://www.experyentya.it Fulvio Fortezza

    ciao amici ninja,
    devo dire che è uno dei post migliori che abbiate mai scritto, complimenti. di sostanza ce n’è molta, con spunti di riflessione notevoli. la questione è però delicata e di certo ancora assolutamente in divenire. molte pagine vanno ancora scritte.
    io ho ancora molti dubbi su ciò che sarà, ma spero che il 2.0 possa essere uno strumento x attuare quel “worldshift” che da qualche tempo da molti viene evocato. sì, i casi citati nel post sono lodevoli ed interessantissimi, però ragiono su un altro aspetto, ovvero: riusciremo a divincolarci dalle maglie di facebook & c., dove – ma parlo da profano rispetto ad esperti sul pezzo come voi – il gioco perverso è “ti do una piattaforma per stare connesso con le persone che reputi importanti o desiderabili nella tua vita e intanto ti succhio informazioni e ti espongo sistematicamente a messaggi e stimoli spesso evidentemente pilotati”? Insomma, questi ci danno la carota, ma lucrano sulla nostra vita quotidiana, spremendo il network come un limone. “Come suona” questo?
    grazie, ragazzi, e buon lavoro!

  • ernesto

    molto interessante,si ha la grande fortuna che il “bene digitale” è una fonte non si esaurisce…e l’approvvigionamento è alla portata di tutti.
    un abbraccio
    ec

  • ernesto

    molto interessante,si ha la grande fortuna che il “bene digitale” è una fonte non si esaurisce…e l’approvvigionamento è alla portata di tutti.
    un abbraccio
    ec

  • _Marcus88_

    …. è come se mi avessero appena dato sel comunista… -.-’

  • http://marcus _Marcus88_

    …. è come se mi avessero appena dato sel comunista… -.-’

  • Antonella Fimiani

    Molto interessante. Forse un po’ troppo ottimistico. Se non sbaglio, l’articolo dimentica di menzionare un elemento caratterizzante l’universo internet: l’abolizione della distinzione tra mondo virtulae e reale. Internet ha la capacità di incidere sul mondo eppure la sua rimane, per molti versi, una finestra virtuale. E’ questo paradosso a sancire la sua forza ed a consacrarne nel contempo la sua debolezza. Internet è un’arma a doppio taglio…

  • Antonella Fimiani

    Molto interessante. Forse un po’ troppo ottimistico. Se non sbaglio, l’articolo dimentica di menzionare un elemento caratterizzante l’universo internet: l’abolizione della distinzione tra mondo virtulae e reale. Internet ha la capacità di incidere sul mondo eppure la sua rimane, per molti versi, una finestra virtuale. E’ questo paradosso a sancire la sua forza ed a consacrarne nel contempo la sua debolezza. Internet è un’arma a doppio taglio…

  • Antonella Fimiani

    Su internet ci sentiamo più uniti e tutti uguali. Su internet si aprono voragini di solitudini e di esasperato individualismo. Su internet sperimentiamo la non esistenza delle barriere. Su internet finiamo per vivere in un mondo dissociato dal reale. Su internet c’è collaborazionismo. Su internt ci si maschera nella contraffazione della propria identità. Su internet ci sentiamo meno soli eppure, a volte, finiamo per esserlo di più.

  • Antonella Fimiani

    Su internet ci sentiamo più uniti e tutti uguali. Su internet si aprono voragini di solitudini e di esasperato individualismo. Su internet sperimentiamo la non esistenza delle barriere. Su internet finiamo per vivere in un mondo dissociato dal reale. Su internet c’è collaborazionismo. Su internt ci si maschera nella contraffazione della propria identità. Su internet ci sentiamo meno soli eppure, a volte, finiamo per esserlo di più.

  • ele

    Oh! Ma qui si parla di comunismo. E se ne dimostra la validità e l’attualità: Rossana Rossanda ha sempre detto che il comunismo HA sbagliato ma non E’ sbagliato.
    Intanto, il comunismo non è un’ideologia politica (quella, purtroppo, è venuto dopo), ma una prassi che nasce dall’analisi della realtà e dalla necessità di riequilibrarne le disparità sociali, e che ha come scopo finale il socialismo: non con intenti etici, ma materialistici.
    Quindi economici, funzionali, utilitaristici.
    Marx partì dal fatto (per nulla scontato, allora come oggi) che una risorsa avesse bisogno di essere prima di tutto ‘goduta’ da tutti. Solo così, attraverso la fruizione paritaria e libera di un bene comune, potevano ingenerarsi quelle dinamiche benefiche di produzione, cooperazione ecc., così brillantemente e acutamente rilevate dall’articolo.
    La ricchezza infinita del web (in tutte le sue forme) e la possibilità per chiunque (beh, più o meno) di accedervi ha quindi realizzato il comunismo. Bene.
    Ma il comunismo è solo una fase transitoria: lo meta ultima dovrebbe essere il socialismo, no?
    E non credo che si sia arrivati a questo. Mi piace il fatto che stia prendendo piede questa consapevolezza, ma allo stesso tempo ne sono un po’ spaventata.
    Il mio timore di vetero-scettica è che essendo tutto sommato in una fase ancora mooolto sperimentale, in cui velocità e novità si rincorrono senza dare il tempo di elaborare e metabolizzare i risultati, non si arrivi affatto al socialismo, ma che ci sia un’inversione di rotta, ad opera di chi ha la pretesa di controllare il grande popolo del web, magari ricorrendo a mezzi ‘pesanti’.
    Sì, certo, ci indigniamo tutti quando regimi autoritari e rozzi oscurano siti visti come propagatori di spore rivoluzionarie.
    Ma quando ciò avverrà (e per certi versi sta già avvenendo)ad opera di governi e uomini politici molto più sofisticati e che vestono ancora le paillettes della democrazia?
    Io spero che la natura sfuggente e capitonica della rete abbia la meglio, ma siamo sicuri che potrà restare tale per sempre?

  • ele

    Oh! Ma qui si parla di comunismo. E se ne dimostra la validità e l’attualità: Rossana Rossanda ha sempre detto che il comunismo HA sbagliato ma non E’ sbagliato.
    Intanto, il comunismo non è un’ideologia politica (quella, purtroppo, è venuto dopo), ma una prassi che nasce dall’analisi della realtà e dalla necessità di riequilibrarne le disparità sociali, e che ha come scopo finale il socialismo: non con intenti etici, ma materialistici.
    Quindi economici, funzionali, utilitaristici.
    Marx partì dal fatto (per nulla scontato, allora come oggi) che una risorsa avesse bisogno di essere prima di tutto ‘goduta’ da tutti. Solo così, attraverso la fruizione paritaria e libera di un bene comune, potevano ingenerarsi quelle dinamiche benefiche di produzione, cooperazione ecc., così brillantemente e acutamente rilevate dall’articolo.
    La ricchezza infinita del web (in tutte le sue forme) e la possibilità per chiunque (beh, più o meno) di accedervi ha quindi realizzato il comunismo. Bene.
    Ma il comunismo è solo una fase transitoria: lo meta ultima dovrebbe essere il socialismo, no?
    E non credo che si sia arrivati a questo. Mi piace il fatto che stia prendendo piede questa consapevolezza, ma allo stesso tempo ne sono un po’ spaventata.
    Il mio timore di vetero-scettica è che essendo tutto sommato in una fase ancora mooolto sperimentale, in cui velocità e novità si rincorrono senza dare il tempo di elaborare e metabolizzare i risultati, non si arrivi affatto al socialismo, ma che ci sia un’inversione di rotta, ad opera di chi ha la pretesa di controllare il grande popolo del web, magari ricorrendo a mezzi ‘pesanti’.
    Sì, certo, ci indigniamo tutti quando regimi autoritari e rozzi oscurano siti visti come propagatori di spore rivoluzionarie.
    Ma quando ciò avverrà (e per certi versi sta già avvenendo)ad opera di governi e uomini politici molto più sofisticati e che vestono ancora le paillettes della democrazia?
    Io spero che la natura sfuggente e capitonica della rete abbia la meglio, ma siamo sicuri che potrà restare tale per sempre?

  • ele

    ecco, Antonella Fimiani pone delle questioni interessanti: come potrebbe una comunità così eterogenea e mistificata sviluppare quella ‘coscienza di classe’ necessaria per agire consapevolmente in direzione di un benessere collettivo?
    Leggevo proprio sul numero dell’Espresso dove c’è l’intervista a Mirko, la rubrica di Umberto Eco, che rifletteva su come la risoluzione (nel senso di cancellazione) del conflitto sociale sia stata raggiunta ‘eliminando’ la classe operaia: fisicamente, perché di operai ce ne sono sempre meno, ma soprattutto concettualmente. I bisogni dei lavoratori sono ormai, anche se su scala diversa, gli stessi di quella borghesia un tempo tanto avversata.

  • ele

    ecco, Antonella Fimiani pone delle questioni interessanti: come potrebbe una comunità così eterogenea e mistificata sviluppare quella ‘coscienza di classe’ necessaria per agire consapevolmente in direzione di un benessere collettivo?
    Leggevo proprio sul numero dell’Espresso dove c’è l’intervista a Mirko, la rubrica di Umberto Eco, che rifletteva su come la risoluzione (nel senso di cancellazione) del conflitto sociale sia stata raggiunta ‘eliminando’ la classe operaia: fisicamente, perché di operai ce ne sono sempre meno, ma soprattutto concettualmente. I bisogni dei lavoratori sono ormai, anche se su scala diversa, gli stessi di quella borghesia un tempo tanto avversata.

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