Quattro anni senza Enzo: il dolore e la rabbia di Till Neuburg

Due giorni fa Till Neuburg, Consigliere Art Directors Club Italiano e Maestro Ninja ad honorem, ci ha mandato questa lettera. Dentro c’è il dolore per la scomparsa di un amico, Enzo Baldoni, e la rabbia per la solita verità negata.

La pubblichiamo così com’è, senza interventi ne sumussamenti, solo con una premessa (che noi però inseriamo alla fine della lettera): quando le parole dicono la verità, intorno deve esserci solo silenzio.

“Oggi sono passati esattamente quattro anni.

Avrei preferito starmene lì quatto quatto e tenere dentro la mia capoccia testarda alcuni pensieri che invece è doveroso divulgare. Lo faccio con immenso affetto e rispetto per la famiglia di Enzo, ma anche con tanta incredulità e indignazione. Voglio proprio vedere quanti di noi – e di coloro che menano le macabre danze della politica e delle notizie – avranno il coraggio di dimenticare, di sottacere, di censurare ciò che Marco Travaglio ha chiamato con tremenda essenzialità “La scomparsa dei fatti”.

Dopo 1.460 giorni dall’assassinio, i fatti sono questi:

Enzo si trovava in quel posto perché voleva vedere con i propri occhi cosa diavolo stesse succedendo in quella terra trivellata e crivellata dai petrolieri – e dai loro mercenari. Enzo non è morto come soldato e tantomeno come giornalista – è stato ucciso unicamente per mirata volontà da chi semplicemente non voleva avere tra i piedi uno come lui.

Che Enzo avrebbe mandato qualche pensiero anche al settimanale di Deaglio era semplicemente un libero accordo, una concomitanza. Non era partito come inviato o giornalista accreditato, ma esclusivamente in qualità di libero cittadino che non si accontentava di subire con indifferenza i dispacci pilotati dal Pentagono, dalla Farnesina, dalle nostre agenzie di stampo omertoso. Chi gli era sinceramente amico sa benissimo che il suo dialogare con l’Italia era molto più intenso attraverso il suo blog.

Non l’aveva detto solo a me, l’aveva anche scritto in una pubblica mail: Enzo non temeva i militari iracheni, governativi o clandestini, né gli Sciiti né i Sunniti ¬temeva solo gli americani. E con ciò, implicitamente, anche i loro più stretti alleati europei.

La condanna di Enzo fu causata dal fatto che sapeva troppe cose: troppe cosacce sulle stragi americane sui civili, sulle bombe al fosforo sulle città, sulla lettera di Moqtada al-Sadr al Papa, sulle sceneggiate di Scelli, ma anche sui finanziamenti italiani a Saddam Hussein tramite la sede di Atlanta della BNL (quando il nemico numero uno delle sette sorellastre non era ancora l’Iraq, ma l’Iran di Khomeini).

La colonna della Croce Rossa che stava tornando da Kufa a Bagdhad era composta da parecchi mezzi, ma veniva attaccata solo la Nissan di Ghareeb e di Enzo ¬non a caso, con stupefacente precisione.

Il cosiddetto “ultimatum” dei rapitori era palesemente pretestuoso. La richiesta era irrealizzabile, fuori da qualsiasi opzione percorribile. Era subito chiaro che l’unico scopo era eliminare Enzo (come era già avvenuto poche ore prima con Ghareeb).

Nessuno aveva mosso un dito per liberare Enzo e nessuna trattativa none era mai stata messa in atto da parte di chicchessia e tanto meno dalla Farnesina – a tal punto che l’allora Ministro degli esteri Frattini era fuori di sé perché era stato oscurato da Letta, da Berlusconi e dalle emittenti televisive da ogni visibilità mediatica ¬ come invece era stata concessa generosamente all’affarista crocerossino nonché alleato di Ruini, Maurizio Scelli.

Nonostante le ripetute promesse del cosiddetto Commissario straordinario “di riconsegnare quel che resta del corpo di Enzo”, la famiglia era stata scientemente ingannata. Che Scelli avesse dei contatti locali con chi aveva eseguito il mandato di uccisione era comprovato dal fatto che era riuscito a recuperare dei documenti personali di Enzo e di riportarli puntualmente in Italia. Ma così non fu per i resti del corpo. Per capirne i motivi ci vuole poco.

Il giornalista che con più verve e acredine aveva calunniato Enzo durante e dopo il rapimento e l’uccisione, è stato il ciellino di lungo corso nonché diffamatore al soldo del Sismi, Renato Farina, che il 16 febbraio 2007 era stato condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento nel rapimento Abu Omar e il 29 marzo 2007 persino radiato dall’Ordine dei Giornalisti.
Nonostante questi atti ufficiali, oggi l’ex-agente “Betulla” continua tranquillamente a scrivere come opinionista sul quotidiano di Vittorio Feltri e, per irridere la più bassa soglia di decenza istituzionale, alle elezioni politiche dell’aprile 2008 quel fuorilegge è stato persino eletto Deputato alla Camera.

Per ben due anni, nessuno dei superstiti della “sinistra storica” aveva attuato una qualsiasi iniziativa affinché i nostri apparati diplomatici e i servizi segreti si adoperassero concretamente per recuperare i resti di Enzo e con ciò un briciolo di credibilità nelle nostre istituzioni.

Alla petizione di centinaia di cittadini che invitava il Presidente della Repubblica a conferire a Enzo una medaglia al valore civile, l’allora Capo dello Stato Ciampi non aveva mai risposto.

Nel novembre 2007 il reale o presunto (ma comunque confesso) esecutore dell’assassinio di Enzo, Saad Erebi al Ubaidy, è stato fotografato in combutta pubblica e mediale con il vicepremier iracheno Bahram Saleh e con il comandante delle forze USA in Iraq David Petraeus. Né la magistratura né il Ministero degli Esteri italiani non hanno mai sollecitato un suo mandato d’arresto o di estradizione.

Questi, come ho scritto sopra, i fatti. Per trarne le dovute e ovvie conclusioni etiche, politiche e professionali, non c’è bisogno di me.

Purtroppo non è vero che il tempo guarisce le ferite. Almeno per me, con Enzo non è andata così.

Da ateo convinto non mi riesce di rivolgermi a lui, ma lo faccio con immenso
affetto con Giusi, con Gabriella, con Guido, con Sandro, con Antonio, con Marco, con Roberta… A loro vanno tutti i miei più intensi pensieri sapendo che i loro ricordi di Enzo e su Enzo sono molto più ricchi, più belli, più preziosi dei miei. Mi inchino e li abbraccio con profonda commozione.

Till

Premessa di Till alla lettera

1) Le “cose vere e pesanti” sono tutte state soppesate attentamente. Ma, per onestà, dichiaro che per alcuni dettagli mi trovo esattamente nella posizione in cui si trovò Pier Paolo Pasolini quando sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 commentò le stragi di Stato di quegli anni:

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere”. (…) ” Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per
definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale”.

2) Citando il durissimo-lucidissimo profeta PPP, non compio un atto di immodestia ma, semplicemente, di convinta aggregazione.

3) Ovviamente potete pubblicarlo liberamente purché, of course, sia riprodotto integralmente – comprese le parole di questa mail.

4) Più persone leggono ciò che, in fondo, tutti già sappiamo, più ci allontaniamo dalla malafede di chi perpetua l’eclissi dal common sense.

Scritto da

Jvan Sica

Il nostro Jvan è un laureato in Scienze della Comunicazione con il massimo dei voti (SEG) e per non perdere allenamento ha preso un Master in Editoria Libraria e digitale ... continua

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