Per me non è stato il solito Cannes-Cannes: reportage del giurato italiano ai Cyber Lions Cannes 2008

Dopo aver esaminato on-line alcune migliaia di lavori e/o campagne, per decidere quali pezzi entrati nella shortlist meritassero un Bronzo, un Argento, un Oro oppure il Grand Prix, eravamo in 25 seduti intorno a una tavolata a U.

La presidente della giuria Cyber, Colleen DeCourcy, era particolarmente competente, seria, appassionata, spiritosa. Era un’attentissima ascoltatrice e mai (non una sola unica volta!) c’era bisogno che mediasse, sedasse o calmasse un’incomprensione o uno scontro verbale in una combriccola particolarmente differenziata e intercontinentale.

Colleen aveva sollecitato tutti quanti a parlare, a raccontare. Voleva che tutto venisse espresso lì. Niente mumble-mumble, niente gossip. Voleva che alla fine tutti potessimo avvallare convinti qualsiasi decisione collettiva.

Durante l’intera discussione finale (durata 8 ore) non è mai successo che due o più voci si accavallassero e che non parlasse uno solo alla volta.

I rari sms, il caffè, la sigaretta, la pipì erano confinati nei periodici 10 minuti d’intervallo che ogni due ore venivano proposti e rispettati da tutti.

C’era una disciplina collettiva che in Italia è totalmente impensabile.
(Quando si parla di qualità internazionale, sarebbe bene riferirsi anche alla puntualità, alle procedure, al reciproco rispetto – e non solo alla
creatività).

Mentre parlavamo, a nessuno passava per la mente di fare comunella politica con un altro giurato. Per quanto ho visto io, le presunte sante alleanze tra anglosassoni, tra scandinavi o tra ispanici è solo una penosa chimera del passato.

All’inizio dei lavori eravamo tutti sconcertati. Il livello medio dei lavori era molto basso. Dopo i primi due giorni ciascuno di noi aveva messo nella fascia alta (quella dai 7 ai 9 punti) al massimo due/tre lavori.

C’erano un sacco di banner antiforfora, promozioni per videogames e filmoni blockbuster, roba così. Poi, pian pianino, il livello era salito.

La maggior parte dei bei lavori li conoscevo già. Il passaparola tra colleghi e la semplice navigazione day by day ti porta inevitabilmente a essere up to date.

Dopo il completamento della shortlist, ciascuno aveva la possibilità di chiedere la riammissione di un solo unico lavoro (da rivotare, ovviamente, collegialmente). Ciascuno dei proponenti doveva motivare in modo convincente la sua richiesta. Di questa opportunità avevano approfittato giusto 5 componenti della giuria (su un totale di 25).

Qualcuno mi ha chiesto, perché i due lavori italiani entrati nella shortlist della categoria Cyber, non avessero vinto nessun premio. La mia semplice e laconica riposta è stata – e rimane: “Perché la giuria ha deciso così”.

Posso garantire che tutti i componenti della giuria, durante lo screening per la shortlist, non si erano fermati alle homepage o ai primi lampi superficiali. Ne ho avuto un’ampia prova durante la discussione sui metalli dove emerse chiaramente che tutti gli aspetti creativi, visivi, concettuali e tecnici erano chiari a tutti. Durante i primi giorni dedicati alla definizione della shortlist, molti giurati si fermavano alla loro workstation ben oltre l’orario stabilito. Qualcuno anche due o tre ore in più.

Secondo il mio parere personale, tre lavori italiani erano tranquillamente da medaglia – non solo da shortlist. Ma i numeri dei votanti a favore oppure no, era un break even indiscutibile. In un solo caso ho sentito un giurato perorare una “causa” nazionale – e la reazione degli altri è stata molto meno che defilata e pacata. Un silenzio assoluto.

Se una tendenza mi è apparsa chiara, era questa: Non interessa più l’execution. Il glamour Flash, fotografico, grafico o audio conta molto poco. Non solo si priviliegia soprattutto l’idea, l’innovazione, forse lo stilema insolito, ma in primis contano il cross-over mediatico, il dialogo, il feedback. Il coinvolgimento mentale e fisico con il cittadino. Infatti, alcune grandi idee Cyber le ritrovi coniugate e premiate anche nel Design, nell’Outdoor, nella TV.

(Chissà quando i tamarri della nostra telefonia, dei media, dei trasporti e delle istituzioni se ne accorgeranno?)

Durante le notti, in albergo, ho avuto occasione di guardarmi un po’ in gira anche sulla tv. Non parlo dei TV Lions, ma delle normalissime trasmissioni televisive. Anche lì (ho visto e ascoltato emittenti francesi, tedesche, inglesi, russe, arabe) non sono mai inciampato in un solo momento di rissa verbale.

Le giornaliste e le conduttrici non erano mai scosciate né esibivano nella scollatura (le rarissime volte quando c’era) crocifissi oversize. Al di fuori dell’Italia, le labbra, le tette e le benedizioni al silicone, non sono molto popolari.

Ai parties ho incontrato alcuni importanti manager d’agenzia di vari paesi. Mediamente erano under 40, qualche volta anche ventenni.

Durante questi cocktail e nella giuria avrò visto, sì e no, due mezzi capi d’abbigliamento “firmati” (una media decisamente al di sotto dello 0.1%). In tutto sarò inciampato in due roleggs, di fuffa D&G o borsette YSL ne ho visto manco una.

Nonostante la cittadina di Cannes sia una sorta di showroom del lusso, di flagstore miliardari e di ricconi in retirement dorato, almeno nel nostro giro (della pubblicità) si respirava un’aria rilassante di normalità e di common sense.

Anche il CEO del festival Phil Thomas era vestito come una persona normale. Portava un orologio vecchio, parlava con tutti, ascoltava tutti. Gli ho scattato qualche foto nelle quali appare come un qualsiasi turista che è semplicemente contento di trovarsi lì.

L’organizzazione del festival è un’autentica macchina da guerra. C’è un’efficienza che fa impressione. Eravamo continuamente assistiti, coccolati. Il catering era di ottima qualità.

La mia camera d’albergo (non era né il Carlton né il Martinez, ma “solo” lo Stéphanie Sofitel), costava la bruttezza di 1.099 euro al giorno (sì, avete letto bene: millenovantanove euro). Poniamo pure che gli organizzatori del festival l’abbiano pagata metà tariffa, ma se moltiplicate queste cifre per il numero dei giurati (spesso con signora) e dei relatori, si arriva a un totale impressionante. Aggiungete una cena di gala al Carlton e tutto l’ambaradan di affitti, noleggi, catering, personale tecnico, stampati, security, ecc. ecc. ecc., si capisce che ormai questo Festival è un’iniziativa commerciale di portata calcistica, politica o hard core.

Nonostante il solito buonismo di alcuni gazzettari nostrani, il risultato complessivo di noi italiani non era basso o bassino. Di fatto era semplicemente catastrofico. Fatta eccezione per alcuni picchi isolati durante gli anni più recenti, anche questa volta la proporzione italiana tra lavori iscritti, lavori finiti nelle shortlist e lavori premiati, è stata una tragedia alla Titanic. E, come vuole la leggenda affatto metropolitana, l’orchestrina dei nostri clienti e dei nostri manager d’agenzia, continua tranquillamente a suonare il suo vecchio trallallallà vittimista.

Ecco le cifre:

Cyber
41 iscrizioni, 2 shortlist, percentuale shortlist 4,87,
percentuale metalli
0,00.

Design
17 iscrizioni, 0 shortlist, percentuale shortlist e metalli 0,00.

Radio
31 iscrizioni, 2 shortlist, percentuale shortlist 6,45,
percentuale metalli
0,00.

Outdoor
39 iscrizioni, 0 shortlist, percentuale shortlist e metalli 0,00.

Media
20 iscrizioni, 0 shortlist, percentuale shortlist e metalli 0,00.

Promo
11 iscrizioni, 0 shortlist, percentuale shortlist e metalli 0,00.

Direct
14 iscrizioni, 1 shortlist, percentuale shortlist 7,14,
percentuale metalli
0,00.

Press
200 iscrizioni, 7 shortlist, percentuale shortlist 3,50,
percentuale metalli
1,00.

TV
125 iscrizioni, 5 shortlist, percentuale shortlist 5,00,
percentuale metalli
0,00.

Su un totale di 498 lavori o campagne italiane iscritte, abbiamo portato a casa appena 2 premi – una percentuale di premi vinti pari a uno 0,40 percento sul totale dei lavori inviati (e pagati!).

Fate voi.

Nelle categorie che per i creativi contano di più (TV, Press, Outdoor, Radio, Cyber, Design), a parte le solite USA, UK, Brasile, Argentina, Spagna, Svezia, Sudafrica, India, Singapore, ecc. ci sono ormai alcuni “nuovi” paesi che, creativamente parlando, sono parecchio più premiati di noi:

Cile
Cina
Corea
Emirati Arabi
Indonesia
Kosovo
Malesia
Messico
Qatar
Thailandia
Vietnam

Il che vuol dire semplicemente che, dal punto di vista creativo, l’Italia non fa più parte nemmeno del Terzo Mondo.

Purtroppo non ho fatto in tempo a partecipare ad alcuni seminar di eccelso livello: c’erano Joe Pytka, Chuck Porter, Jeff Goodby, Michael Conrad, Marcello Serpa, Bob Isherwood, Steffan Postaer, Bob Greenberg, Martin Sorrell. Peccato.

Per andare a e tornare da Cannes, non ho preso né l’aereo né l’auto. Ho compiuto due tranquillissimi viaggi in treno. E’ stata un’autentica riscoperta di un mezzo sempre meno trendy. Fantastico. Ho conosciuto alcune persone straordinarie, mi sono alzato e mosso come e quando volevo, non ho subito stress. By the way, ho speso molto meno. E lasciatemi aggiungere: C’est plus facile.

Till Neuburg
Giurato italiano nei Cyber Lions Cannes

Communication Strategist Globiz
Consigliere Art Directors Club Italiano
Docente Accademia di Comunicazione

Scritto da

Jvan Sica

Il nostro Jvan è un laureato in Scienze della Comunicazione con il massimo dei voti (SEG) e per non perdere allenamento ha preso un Master in Editoria Libraria e digitale ... continua

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