Errata corrige: la spesa alla spina non ci distruggerà

Vi abbiamo trastullati per anni con psichedeliche confezioni deluxe anche per i pannolini per incontinenti, irretiti con prodotti calibrati sul consumatore-padrone, fatti innamorare dell’armonia celeste tra packaging e prodotto, per poi capire che la spesa alla spina “dei tempi andati” ci salverà dalla catastrofe del portafogli addolorato e dall’Armageddon dei rifiuti solidi.

Ma, usando un termine delle saccenti menti accademiche quale “a ben vedere”, anche per noi markettari una speranza di sopravvivenza c’è.

Prima di tutto in che consiste la spesa alla spina o sfusa, che io definirei per sottolinearne l’empatia, “onanistica” (ma in senso buono, s’intende). Come si faceva con le “benedette-maledette” Nazionali senza filtro (nominate con lo strascico da incombenza immediata alla Fantozzi rag. Ugo) consegnate timidamente in mano dal tabaccaio come se fossero reliquie, o con il litro di latte, mandato a prendere dai fanciulli irrequieti presso le fattorie del circondario, versato nelle bottiglie (di quel vetro pesante e freddo) che ci si portava da casa, l’idea della spesa alla spina sta proprio nella vendita di diversi generi alimentari (pasta, riso, caffè, latte, legumi, vino, ma anche detersivi) sfusi o alla spina appunto in contenitori riutilizzabili, riciclabili e biodegradabili.

Niente più confezioni sfavillanti con colori stroboscopici: la fine di noi professionisti del marketing… anzi no. Spiego.

La spesa alla spina crea minore impatto ambientale: Il COREPLA (consorzio per il riciclo della plastica) riferisce che solo nel 2002 sono state riciclate 459 mila tonnellate di plastica, pari al 23% della plastica consumata in Italia. Fatto un rapido calcolo, la plastica consumata in Italia è pari a 2 milioni di tonnellate (etto più etto meno). Tutta questa plastica accorpata formerebbe un volume pari a 85 milioni di metri cubi, ovvero una piramide di lato e altezza pari a 635 m. La piramide di Cheope è 33 volte più piccola.

Fare la spesa sfusa porterebbe ad una minore produzione di rifiuti, ad un più efficiente riciclo delle plastiche, ad un risparmio di energia, ad una diminuzione di CO2 emessa e di acqua consumata (basta sapere che un contenitore per detersivo liquido ha una massa di circa 100 grammi, che equivalgono a 190 grammi di petrolio, 1,7 litri di acqua e 230 g di CO2).

La prima regione che ha deciso di sovvenzionare un progetto per la vendita sfusa è stato il Piemonte nel 2006. Nella regione si sono risparmiati più di 100.000 flaconi solo con la vendita dei detersivi sfusi, evitando lo spreco di 6,11 tonnellate di plastica per le confezioni e 3,41 tonnellate di cartone per l’imballaggio e si è ridotto il consumo di acqua di 26 milioni di litri.

È evidentemente economica. Con la paura del decennio (non arrivare alla fine del mese, insieme a quella dei romeni all’arrembaggio) sul collo, è giusto fare economia. La spesa alla spina consente di eliminare quel 50% di nostri rifiuti da pattumiera “underlavabo”. Da dati certificati con una spesa di questo tipo riusciamo a risparmiare dal 20 al 70% su ogni prodotto comprato.

È anche una conquista da un punto di vista dell’autonomia del consumatore. Non più abbietto decrittatore dei messaggi pubblicitari massivi e fine esecutore dei loro ordinamenti estetico-pratici; il consumatore con la spesa sfusa riconquista la voglia-possibilità di decidere per il contenuto e non per il contenente.

I prodotti vendibili sfusi si sono moltiplicati e nei supermercati nascono zone apposite, come gli Ecopoint della Crai, “primi ministore semiambulanti” in Italia. Per ora sono solo dodici i punti vendita “ecologici”, e il prossimo aprirà in provincia di Napoli, zona notoriamente affogata nel problema dei rifiuti.

Qui un primo elenco dei luoghi in cui è possibile trovare i detersivi sfusi alla spina (fonte ecoalfabeta).

In questo discorso, accanto alla guerra a tutti gli inscatolamenti e imbottigliamenti vari, entra di diritto anche la lotta contro i prodotti usa e getta. Oltre ai celeberrimi bicchieri e piatti di plastica, una lotta dura senza paura è partita anche contro i pannolini per bambini e gli assorbenti femminili. Nel primo caso ci sono i pannolini lavabili (ah, quante “storie” nei vecchi triangoloni di spugna che erano loro sì riutilizzabili) che costano meno e durano anni. Pannolini prodotti ad esempio dalla ditta viennese Popolino e dalla Kushies.

Anche per gli assorbenti femminili esiste la versione lavabile, come i Lunapads. Tra l’ingegneria dell’interno coscia e una scelta d’idraulica avanzata la proposta di Grillo, che ha consigliato a tutte le sue fans di usare il keeper, una coppettina di lattice raccogli-flusso lavabile che dura 10 anni.

Arriviamo a noi: questa maledetta spesa alla spina è veramente l’inizio della nostra rovina. Miei cari apocalittici, credo di no.

Senza i legacci costringenti del “glamour da cesso”, la creatività del marketing non-convenzionale è l’unica rotta possibile per solleticare il gusto sempre acceso dei consumatori. In primo luogo la comunicazione e il marketing creativo possono e devono fare propria l’iniziativa e adornarla di etica e bellezza. Inoltre, in una fase di riconsiderazione totale del senso di marca, la spesa alla spina eliminerà l’elemento empatico tra consumatore e brand oppure lo reindirizzerà verso un consumo più furbo e coscienzioso, per il quale è evidente che il marketing può sempre avere un ruolo decisivo ed essenziale.

Noi crediamo che tutte queste esperienze (da far diventare subito abitudini come in America, dove si acquista sfuso da 30 anni) sono proprio il piano inclinato su cui far andare senza freni una creatività etica e consapevole, il campo di battaglia nuovo dove giocare-combattere la sfida dell’essere migliori, e non solo del presentarsi più accattivanti.

I ninja non vedono l’ora.

Scritto da

Jvan Sica

Il nostro Jvan è un laureato in Scienze della Comunicazione con il massimo dei voti (SEG) e per non perdere allenamento ha preso un Master in Editoria Libraria e digitale ... continua

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