La fantascienza sconfina nella spiritualità: La teologia pratica di Philip K. Dick

Ubik - Philip K. Dick

La fantascienza di Philip K. Dick come nuova forma di spiritualità, una teologia pratica dagli accenti neo-gnostici. Di ciò si è parlato Domenica 13 maggio nell’incontro di chiusura del Festival della filosofia “Confini” presso l’Auditorium di Roma.

La conferenza è stata tenuta dal saggista Antonio Gnoli e dal critico Enrico Ghezzi, entrambi lettori appassionati di Dick, che per l’occasione hanno offerto un’interpretazione in chiave “teologica” della sua opera.

Secondo Gnoli, nell’opera dello scrittore americano, esistono indicativi elementi di carattere religioso riconducibili alla tradizione gnostica, tanto da definire l’opera come “neo-gnostica”.

Gnoli ha parlato di due ipotesi al riguardo. La prima che vede nella produzione letteraria dickiana un modello neognostico che si avvale del genere fantascientifico per esprimere una visione profonda, mai completamente rivelata, di un pensiero sistematico. La seconda, più plausibile, vede in Dick un autore che ha seminato nei suoi lavori, in modo caotico, elementi riconducibili a diverse tradizioni religiose occidentali e orientali, fra cui lo gnosticismo.

Durante la sua vita, infatti, lo scrittore non smise mai di studiare testi religiosi, scientifici e filosofici, in un’incessante ricerca della verità (Dick parlava sempre di “penultime verità”). In sintonia con il clima controculturale californiano degli anni ’60-’70, lo scrittore mescolava, anche psichedelicamente, dottrine gnostiche, del cristianesimo delle origini e delle religioni orientali, suggestioni della new age, teorie tratte dalla psicanalisi e dalla fisica con un approccio mai approfondito, ma molto erudito, tanto divenire per i giovani ribelli americani della west coast un vero e proprio guru da seguire.

La visione neo-gnostica dickiana esprimerebbe una lotta fra il bene ed il male, fra le tenebre, rappresentate spesso da un Dio malvagio che tenta di manipolare la vita degli uomini, e la luce che s’irradia dai suoi eroi, uomini ordinari che lottano per resistere alla disumanizzazione delle loro esistenze.

La cupa visione dell’esistenza descritta da Dick nei suoi lavori, è sempre il risultato della sovrapposizione di due mondi, il reale e l’immaginario, tanto da farci pensare che il nostro mondo reale non sia altro che il riflesso di una volontà superiore, come quella di un demiurgo onnipotente che può assumere di volta in volta l’aspetto di un politico, di un dittatore o di un imprenditore. In The Three Stigmata of Palmer Eldritch, troviamo un diabolico impresario-spacciatore cyborg alla conquista di Marte che raffigura bene il ruolo di “burattinaio” degli umani.

Dick è stato inoltre un attento conoscitore della cultura orientale, grazie soprattutto all’opera dello psicanalista svizzero C.G. Jung e a due suoi testi in particolare, Il Bardo Todol che lo ha ispirato per scrivere Ubik e all’I Ching per The Man in the hig castle. Nell’opera dickiana ritroviamo significativi elementi tratti dalla tradizione taoista e buddistha riguardo al concetto di “interconnessione fra tutte le cose”.

Il problema del confine che separa l’umano dall’artificiale, è proprio uno dei temi basilari dell’opera dickiana, una riflessione acuta sulla dipendenza con gli oggetti di consumo e le tecnologie con cui conviviamo quotidianamente. Lo scrittore soffrì per tutta la vita di una forma di feticismo per gli oggetti, e probabilmente trasferì parte della nevrosi nei suoi lavori, costellati non a caso, da situazioni che mettono in luce il rapporto sempre più stretto, spesso illusorio e necessario, tra l’uomo, le merci e gli artefatti tecnologici.

Come ha fatto notare Ghezzi, la visione del futuro descritta da Dick già dagli anni ‘50, è attualissima e ci porta direttamente tra le maglie del web e alle connesse cyberfilosofie. La vita in rete ha prodotto mutamenti epocali sui nostri stili di vita e di consumo, provocando una simbiosi strettissima con merci e artefatti tecnologici – non a torto Dick è considerato il precursore del cyberpunk – attenuando sempre di più la soglia che divide l’umano dall’artificiale in un reticolo di mutevoli e instabili rapporti sociali.

Stiamo forse assistendo alla nascita di una nuova forma di spiritualità tecnologica,
dove tecnologia e tradizione, incorporeità e materialità, cultura e natura si fondono in una nuova umanità in grado di manifestare le proprie anime per ricongiungersi finalmente con il divino?

La fantascienza di P.K. Dick, come “teologia pratica” e visionaria può orientarci in questa direzione, mettendoci però in guardia dal pericolo di rimanere interamente impigliati tra le maglie della rete.

Scritto da

Fabrizio Scatena

Dopo la laurea in Sociologia presso l’Università degli Studi La Sapienza di Roma con una tesi sperimentale in Sociologia dell’Arte e della Letteratura, Fabrizio ... continua

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